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giovedì 24 aprile 2014

Se la famiglia è in stato di bisogno che può fare il Tribunale?


Interessante la normativa introdotta con l'art. 79-bis della legge 184/1983 (d.lgs. 154 del 2013).

Il Tribunale, quanto si trovi davanti ad una famiglia in pesanti condizioni di bisogno, può segnalare la situazione al Comune di competenza perché provveda ad un aiuto economico per la famiglia.
La cosa importante e qualificante  è che questo aiuto deve aiutare il minore nella famiglia. E' una ipotesi ben diversa da quella in cui il minore veniva allontanato dalla famiglia per l'impossibilità di questa di mantenerlo.
Una applicazione concreta viene dal Tribunale di Milano (sez. IX) che, in data 12.3.2014, ha così stabilito:
"  rilevato che, nel procedimento su indicato, e emerso che il nucleo familiare potrebbe versare in condizioni di effettiva indigenza, rispetto alle quali e opportuno che il Comune di residenza valuti se siano necessari interventi di sostegno per garantire alla prole di essere educata nell'ambito della propria famiglia;
rilevato, in particolare, che la madre, divorziata dal marito, abita con tre figli e deve accudirli da sola: il padre non ha occupazione e la madre percepisce, su sua dichiarazione, somme inferiori a 400,00 euro al mese ed abita in immobile in locazione con un canone di euro 800,00 al mese;
rilevato che non risulta se la situazione sia gia nota al Comune di riferimento,

PER QUESTI MOTIVI
SEGNALA il nucleo familiare (omissis). al Comune di Milano per quanto eventualmente di competenza."
Il problema concreto di questa legge è che il Comune potrebbe rispondere che non ha denaro a disposizione o dare un aiuto assolutamente insufficiente.
Insomma... è uno dei casi in cui per la normativa italiana si dovrebbero fare le nozze con i fichi secchi ...

venerdì 18 aprile 2014

In caso di convivenza si deve restituire quanto avuto?

In riferimento all'assegno di mantenimento ed ai rapporti derivanti dalla convivenza, abbiamo già scritto che la giurisprudenza sta progressivamente equiparando il rapporto tra due conviventi a due coniugi, sotto tanti aspetti.
Si è verificato il caso di due conviventi nel quale l'uomo aveva a più riprese versato sul conto corrente della donna ingenti somme. Al momento della rottura dei rapporti, l'uomo ha chiesto la restituzione di € 120.000.
La donna si è difesa sostenendo che il denaro le era stato dato per i normali rapporti affettivi e di solidarietà tra due persone che si vogliono bene e vivono insieme. Aggiungeva che, per seguire il compagno all'estero, aveva rinunciato ad un lavoro che le faceva guadagnare più di € 10.000 mensili.
Il tribunale e la corte d'appello hanno dato ragione all'uomo sostenendo che i doveri di solidarietà erano stati soddisfatti già offrendo alla donna alloggio e mantenimento giornaliero. Ritenevano anche che l'auto licenziamento della donna non avesse valore in quanto frutto di una libera scelta.
La Corte di Cassazione (sentenza 1277 del 22 gennaio 2014) ha deciso in modo completamente difforme, dando piena ragione alla donna.
Il sostegno economico tra due conviventi - ha ritenuto la Cassazione - è doveroso secondo la coscienza sociale nell'ambito di un rapporto consolidato, nel quale sono comprese la collaborazione e l'assistenza morale e materiale. La Cassazione ritiene che sostenere (come ha fatto la Corte d'Appello) che tutto si possa comprendere in vitto ed alloggio sia "infelice e mortificante".
Ha quindi stabilito che la donna non debba restituire i 120.000 € perché dati in adempimento dell'obbligazione naturale nascente dalla convivenza more uxorio. Nel caso specifico è poi da ritenere che la rilevanza degli importi versati sia anche in relazione con la perdita dell'ottimo impiego che aveva la donna ed al quale ha rinunciato proprio in virtù della convivenza e della necessità di coabitazione.
Ad evitare equivoci rileviamo che i rapporti di convivenza sono ancora ben distinti da quelli matrimoniali, se non altro perché nei primi si tratta di elaborazioni giurisprudenziali e nei secondi di ben consolidate leggi.
E' poi auspicabile che in caso di convivenza (in assenza di leggi statali o di registri presso il Comune) siano redatti degli accordi legali per disciplinare le varie evenienze, compresa la cessazione della convivenza. Si veda il precedente post assegno mantenimento per conviventi


lunedì 14 aprile 2014

Se si inizia una convivenza si perde l'assegno di mantenimento del coniuge?

Una vecchia fonte di doglianze si verifica quando il coniuge separato (o divorziato) va a vivere con un'altra persona.
Al disappunto derivante magari da un po' di gelosia (sempre dura a finire) si aggiunge l'aspetto tipicamente economico.
Se mia moglie ora vive con un altro per quale motivo dovrei mantenerla io?
Questa è la classica lamentela.
La giurisprudenza sosteneva che la nuova convivenza aveva valore solo se aveva riflessi economici.
La moglie, nel caso specifico, perdeva quindi l'assegno solo nel caso in cui dalla nuova convivenza le derivasse un sostegno economico tale da rendere superfluo l'assegno di mantenimento del coniuge.
La situazione era (ed è) diversa in caso di matrimonio: in questo caso l'assegno si perde comunque.
Tornando alla convivenza, la sentenza 17195 (Cassazione civile 11.8.2011) ha cambiato le carte in tavola.
Per i giudici della Suprema Corte si perde il diritto all'assegno in caso di stabile convivenza con una nuova persona.
É evidente che qui per convivenza si intende il vivere more uxorio, cioè come marito e moglie. Non avrebbe alcun valore di conseguenza il vivere nello stesso appartamento (anche se con persona di sesso diverso) per risparmiare sull'affitto.
Un aspetto che non è stato esaminato dalla sentenza (ma che è logicamente conseguente) è che può avere questo rilievo anche una convivenza omosessuale purché ci siano gli aspetti della stabilità e dell'affettività.
Questa sentenza è fondamentale perché, al di là della questione in se', è un ulteriore segno della parificazione della convivenza al matrimonio. in questo caso la convivenza viene parificata al matrimonio tanto è vero che si perde l'assegno anche se il nuovo compagno è in condizioni economiche tali da portare addirittura un peggioramento nella situazione del beneficiario dell'assegno.
Si cerca quindi di porre rimedio ad una situazione che appariva palesemente ingiusta.
Nei fatti poi l'assegno cesserà quando l'erogatore dell'assegno instaurerà un giudizio tendente a dimostrare la convivenza more uxorio. In qualche caso può essere oggettivamente difficile di fronte all'atteggiamento negatorio della controparte.
Ricordiamo che l'Italia è il paese dove tante coppie anziane si sposano solo religiosamente, al solo fine di non perdere il diritto alla pensione di reversibilità...
Quanto detto sopra non ha comunque nessun rilievo nei confronti dei figli. Rimane al genitore l'obbligo di provvedere ai loro bisogni. 

giovedì 10 aprile 2014

Si può agire con la sentenza di separazione subito per le spese straordinarie? O bisogna fare una nuova causa?

Capita frequentemente che il genitore obbligato non voglia pagare le spese straordinarie o qualcuna di esse.
La domanda che si fa frequentemente è se sia sufficiente la sentenza (o titolo equivalente) di separazione o divorzio per chiedere il pignoramento.
Se lo fosse infatti ci sarebbe il grosso vantaggio di poter procedere subito con la notifica del precetto ed il pignoramento.
Si tratterebbe di un notevole risparmio di tempo e denaro.
Purtroppo non è così.
La Cassazione civile, con la sentenza 2815 del 7 febbraio 2014, ha stabilito che la sentenza abbia valore di titolo esecutivo solo per quanto sia stato già definito nell'ammontare ma non per gli altri crediti.
Ha quindi valore esecutivo per l'assegno di mantenimento ma non per le spese straordinarie che sono del tutto indeterminate.
Se non si è ottenuto il pagamento delle spese straordinarie, bisognerà quindi affrontare una nuova causa (o procedimento per ingiunzione) che porti (dopo tempo e spese) ad una sentenza che stabilisca esattamente quale spesa straordinaria debba essere rimborsata.

Come si distinguono le spese straordinarie e quelle ordinarie comprese nell'assegno di mantenimento?

A parole sembra tutto semplice.
Normalissima la clausola in cui si stabilisce, in una separazione: "Il marito corrisponderà alla moglie il 50 % delle spese straordinarie per i figli."
E poi?
Che cosa sono esattamente queste spese?
Le spese del dentista per otturazione carie sono straordinarie?
Quelle per un apparecchio di ortodonzia lo sono?
I libri scolastici sono una spesa straordinaria?
La Cassazione civile, con la sentenza 2815 del 7 febbraio 2014, ha per ultimo parlato del problema (sotto l'aspetto della esecuzione).
Secondo la giurisprudenza, il criterio di fondo è che siano ordinarie le spese atte a soddisfare i bisogni quotidiani del figlio, mentre sono straordinarie quelle per eventi imprevedibili, eccezionali, non rientranti nelle consuete abitudini di vita del minore o relative a spese di notevole entità (rispetto il bilancio ordinario, situazione patrimoniale ed economica dei genitori) che non siano determinabili o quantificabili preventivamente.
Secondo questo criterio non rientrano certamente tra le straordinarie quelle per i libri di testo o per i quaderni. Devono quindi considerarsi comprese nell'ordinario assegno di mantenimento.
Per lo stesso criterio sono spese ordinarie quelle per le otturazioni delle carie o visite mediche di controllo.
E' anche discutibile che si possano qualificare come ordinarie quelle per apparecchi di ortodonzia visto che sono sostanzialmente prevedibili. In questo caso però sono state generalmente ritenute straordinarie dalla giurisprudenza (e questo è un ulteriore dato che dimostra quanto sia difficile, in molti casi,  sapere come ci si debba comportare per essere in regola).
Importante è poi che debbano essere di importo notevole rispetto la quotidianità.
In definitiva quindi le spese "straordinarie" sono molte di meno di quanto si pensi normalmente e nella prassi.

lunedì 7 aprile 2014

Avvocato e psicologo: una strana coppia?

Che c'entra uno psicologo con l'assegno di mantenimento o con le problematiche strettamente giuridiche di una separazione personale?
É facile immaginare che possa servire quando si tratta di affidamento dei figli ma non in questo caso.
Nel mondo degli affari, quando si litiga per lo più avviene per motivi strettamente economici. Paradossalmente è per questo che le grandi aziende privilegiano strumenti non giudiziari come gli arbitrati e le mediazioni.
Nel particolare contratto che è il matrimonio, il discorso è totalmente diverso.
Nella stragrande maggior  parte delle separazioni e dei divorzi, i problemi a monte sono psicologici,  problemi di aspettative tradite e bisogno emotivi non corrisposti.
Le liti sull'assegno spesso non sono reali in se' ma  sono effetto di queste problematiche.
Anche quando i problemi economici sono reali, il contenzioso emotivo tra le parti può essere tale da impedire serenamente di valutare insieme la situazione e cercare le soluzioni economiche opportune, valide per entrambi e sostenibili.
Da una parta ci può essere chi chiede un assegno elevato solo per danneggiare il coniuge; dall'altra chi rifiuta di pagare perché ha dimenticato di essere genitore e coniuge.
Gli avvocati da sempre hano cercato soluzioni transattive ma di fatto la loro particolare posizione lo rende difficile; non è raro vede coppie che non riescono a mettersi d'accordo per una differenza di € 50 - 100 mensili.

In questi casi, qualora ci siano gli spazi, è doveroso per l'avvocato segnalare la possibilità di un aiuto specifico da pare di uno psicologo o di un mediatore familiare.

Nello stesso tempo anche uno psicologo coscienzioso sa bene che esistono degli aspetti propriamente giuridici che non possono essere trascurati e sui quali è bene chiedere l'intervento del giurista.
Da un altro punto di vista, l'avvocato che abbia la collaborazione di uno psicologo ha una marcia in più.
Ovviamente un avvocato ha comunque il dovere, dopo aver dato il suo consiglio, di rispettare le decisioni del proprio cliente e combattere per il loro successo.


venerdì 4 aprile 2014

Che succede con l'assegno di mantenimento se per dispetto si da la disdetta del contratto di locazione?

Ci sono cose che - secondo la logica - non dovrebbero mai accadere.
Eppure trentanni di pratica ci hanno abituato anche ai comportamenti illogici, ai "dispetti".
Supponiamo che i coniugi vivano in un appartamento in affitto. 
Capita spesso che il relativo contratto sia intestato solo ad uno di loro.
Quando ci si separa la legge prevede che il contratto passi ope legis al coniuge cui è stato dato il diritto ad abitare la casa.
Lo prevede l'art. 6 della legge 392/1978:
"In caso di separazione giudiziale, di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili dello stesso, nel contratto di locazione succede al conduttore l'altro coniuge, se il diritto di abitare nella casa familiare sia stato attribuito dal giudice a quest'ultimo."
Occorre quindi che il Tribunale abbia dato alla moglie (ad esempio) il diritto di abitare nell'appartamento. Questa è la situazione comune quando ci sono dei figli e quando questi siano affidati alla madre.
La legge prevede infatti che la casa coniugale (in proprietà o in locazione) sia attribuita al coniuge a cui sono affidati i figli (a tutela di questi e del loro diritto a non perdere anche l'abitazione cui sono cresciuti).
Sempre seguendo il nostro esempio, fino a che non viene emesso detto provvedimento, il contratto rimane nella piena disponibilità del marito che lo ha firmato. Questo quando, appunto, il contratto era stato firmato solo dal marito. Questi potrà quindi benissimo mandare la disdetta e la sua disdetta sarà perfettamente valida.
La moglie si troverà quindi in un appartamento senza titolo e non potrà subentrare nel contratto perché al momento del provvedimento di assegnazione il contratto non esisteva più.
Il fatto però che debba rilasciare l'appartamento (ovviamente qualora il locatore accetti la disdetta) avrà due effetti:
a) potrà essere valutato ai fini dell'attribuzione del fallimento del matrimonio, della separazione;
b) potrà avere degli effetti sull'assegno di mantenimento qualora questo provochi anche problemi economici.
Questa seconda ipotesi può verificarsi quando l'affitto vecchio sia più basso di quello che la moglie sarà costretta a stipulare per avere una nuova abitazione per lei e per i figli.
Anche per questo motivo è quindi importante che il contratto di locazione sia firmato da entrambi i coniugi.



Fonte: CondominioWeb.com
http://www.condominioweb.com/separazione-e-successione-nel-contratto-di-locazione.2154

lunedì 31 marzo 2014

E se pago tutto insieme mi libero dell'assegno di mantenimento?

Non è certamente allegro pagare anni dopo una separazione un assegno di mantenimento (ovviamente non parlo del bisogno dell'altra parte).
La legge stabilisce che venga pagato quando ne ricorrono i presupposti; permette però che venga pagato anche in una unica soluzione, con il versamento di un certo capitale (o magari la cessione di un immobile).
In questi casi ci si aspetterebbe la cessazione di ogni obbligo visto che il coniuge ha rinunciato esplicitamente all'assegno a fronte del versamento in una unica soluzione.
Questo è valido finché permane la separazione ma non quando viene chiesto il divorzio. La Corte di Cassazione ha stabilito questo con la sentenza n. 2948 del 10 febbraio 2014.
Attenzione quindi: è inutile svenarsi con un grosso versamento con l'idea che si fa un sacrificio ma poi non si dovrà più nulla.

sabato 15 marzo 2014

Chi lo paga il motorino del figlio?

Per l'art. 337 ter del codice civile. Il Giudice stabilisce quale sia l'assegno di mantenimento che il genitore deve pagare per il figlio.
Questo assegno in genere comprende le sole spese ordinarie.
Non esiste un criterio di legge per le spese "straordinarie". 
I tribunali in genere stabiliscono che  le spese straordinarie siano pagate al 50% da ciascuno dei coniugi.
Il problema pratico sorge quando si debba decidere se un spesa è ordinaria o straordinaria.
Nel primo caso sarà compresa nell'assegno mensile; nel secondo dovrà essere divisa e pagata oltre l'assegno.
Tra le spese ordinarie sono considerabili quelle che sono prevedili e considerabili come facenti parte della vita quotidiana. Si è ritenuto che in esse rientrino ad esempio quelle per quaderni ed altra cancelleria, vestiti, visite mediche ordinarie, vacanze estive.

Spese straordinarie sono quelle che escono dalla routine. Sono state considerate straordinarie, quelle per cure dentarie di ortodonzia, quelle per interventi chirurgici o occhiali da vista o viaggi di istruzione all'estero.
In questo senso l'acquisto di un motorino può certamente essere considerato un spesa straordinaria e quindi dovrà essere diviso.
Dall'elencazione fatta si capisce comunque facilmente che si possono creare liti infinite e le decisioni dei tribunali possono essere diverse d come ci si aspetta.
Per ovviare a questo, sia in sede di accordo (consensuale) che di sentenza si sono cercati altri criteri.
Uno è quello di dividere le spese indicandole specificatamente. In molte separazioni si è messo, ad esempio, che a carico del padre sarebbero state le spese mediche, scolastiche e sportive a metà. Secondo questo criterio le spese scolastiche sono comunque a metà, ad esempio, a prescindere se siano ordinarie o straordinarie.
Un altro criterio (che sarebbe il più logico) è quello che le spese debbano essere divise a metà, salvo la preventiva decisione comune di affrontarle. Si pensa infatti che entrambi i genitori abbiano il comune interesse alla salute ed alla felicità dei figli: è quindi conseguenziale che se una spesa fosse veramente necessaria sarebbe sicuramente affrontata da entrambi i genitori. Purtroppo non tutti i genitori sono così consapevoli e responsabili...

domenica 2 marzo 2014

Come si determina l'assegno per il figlio naturale?

Il figlio "naturale" è il figlio nato al di fuori del matrimonio.
Il figlio può essere riconosciuto volontariamente, salvo alcuni limiti.
Il rapporto di filiazione naturale può anche essere dichiarato giudizialmente qualora il genitore naturale rifiuti la sua paternità.
In questi casi discende l'obbligo di mantenimento a carico di entrambi i genitori.
L'importo dell'assegno viene determinato in relazione alle possibilità ed alle sostanze del genitore.
Se il padre ad esempio è ricco l'assegno dovrà essere determinato in base alle sue sostanze; non avranno importanza nè le esigenze base del figlio, nè il fatto che magari viva con la madre in una situazione molto meno agiata del padre.
Lo ha stabilito tra le altre la sentenza n.  7644  del 13 luglio 1995 della Cassazione Civile.

sabato 22 febbraio 2014

La Cassazione viola le norme sui doveri del matrimonio?

Nel mio post precedente ( http://www.assegno-mantenimento.com/2014/02/lo-shopping-esagerato-puo-portare-alla.html ) ho citato una sentenza per la quale la moglie malata psicologicamente (shopping compulsivo) ha avuto addebitato il fallimento del matrimonio ed ha perso l'assegno di mantenimento.
Si tratta della sentenza n. 25843 dell'anno 2013 della Cassazione Civile.
Quello che colpisce è che in questo caso la moglie è stata riconosciuta malata psicologicamente e che la conseguenza giuridica di questa malattia è che si è ritenuto lecito lasciarla e non darle nemmeno un assegno di mantenimento.
Questo è in contrasto con le obbligazioni giuridiche del matrimonio:
"Art. 143 c.c. Diritti e doveri reciproci dei coniugi.
Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri.
Dal matrimonio deriva l'obbligo reciproco alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell'interesse della famiglia e alla coabitazione.
Entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia."
In questo caso la moglie è malata e chiaramente. La conseguenza è che viene abbandonata e mazzolata.
Mi sembra ci sia un forte contrasto. Secondo il codice si dovrebbe dare assistenza al coniuge malato. Qui invece prevale l'interesse egoistico su quello della solidarietà, umana e coniugale.
La soluzione logica è che i doveri previsti dall'art. 143 debbano essere temperati a seconda della situazione concreta e della normale tollerabilità.
Nel caso specifico si può infatti pensare che si fosse ritenuto troppo pesante sopportare questa malattia psichica della moglie?
Va bene quindi il diritto a separarsi ma ... mi sembra sempre strano che da questo si faccia perdere anche il diritto all'assegno di mantenimento!
E quando la malattia è magari un tumore o una grave invalidità?  I criteri dovrebbero essere i medesimi... sempre malattia è.
Oppure si ritiene che una malattia psichica sia colpa di chi la ha? 
L'unica colpa che in questi casi si può eventualmente addebitare è quella di non essersi rivolti ad uno psicoterapeuta. Non si può pesare sugli altri se si rifiuta di cercare di risolvere il proprio problema,
E' un campo che merita una riflessione profonda, da vari punti di vista, sociale, giuridico, psicologico, religioso.

venerdì 21 febbraio 2014

Lo shopping esagerato può portare alla perdita dell'assegno di mantenimento?

Abbiamo scritto in altri post dell'istituto della separazione con "addebito". La conseguenza è la perdita del diritto all'assegno di mantenimento.
In sostanza è la vecchia separazione per "colpa".
Normalmente in questi casi si parla di addebito per un commesso tradimento, per una violazione all'obbligo di fedeltà coniugale.
L'addebito però può ottenersi per tutti quei comportamenti contrari ai doveri del matrimonio, comportamenti che per le loro caratteristiche e/o per la loro frequenza hanno reso impossibile la convivenza coniugale.
Tra i tanti casi frequenti esistono quello dell'essere troppo legati alla famiglia d'origine, quello dei continui insulti o comportamento litigioso, quello del rifiuto di trovarsi un'occupazione nonostante il bisogno familiare. L'elenco è solo esemplificativo.
Tra gli altri la Corte di Cassazione (sentenza n. 25843 dell'anno 2013) ha ritenuto che ci possa essere lo shopping compulsivo.
Va precisato che nel caso specifico la moglie era stata riconosciuta affetta da una nevrosi per la quale spendeva in modo esagerato, arrivando anche a sottrarre soldi ai familiari.
Comportamenti simili potrebbero anche essere addebitati al marito.
Quindi ... non vi spaventate per qualche spesuccia ...  Una borsa nuova può far bene all'umore .... :-)

giovedì 20 febbraio 2014

Per la misura dell'assegno di mantenimento va considerato il tenore di vita o il reddito?


Il problema sorge quando esiste una disparità tra il reddito dichiarato o ufficiale e il tenore di vita del coniuge. Per tenore di vita sostanzialmente intendiamo quanto speso mensilmente.
In un caso risolto dalla Suprema Corte (Cass. sent. n. 11414 del 06.07.2012) la moglie sosteneva di avere diritto ad un sensibile assegno, assumendo di avere un reddito molto basso.
Aveva prodotto tutta la documentazione fiscale.
Nel corso del giudizio si era accertato che la donna pagava regolarmente un mutuo che di per se' era superiore (da solo) al reddito dichiarato. Erano inoltre risultate altre spese.
Il Giudice ha stabilito che nella determinazione del reddito effettivo si poteva tenere conto delle spese affrontate mese per mese.
Si è quindi ritenuto che non fosse credibile il basso reddito dichiarato dalla moglie visto che riusciva a pagare regolarmente un mutuo pesante.
Il suo assegno di mantenimento era quindi stato ridotto.
Seguendo lo stesso principio, si può fare il ragionamento contrario: si può aumentare l'assegno quando il reddito ufficiale dichiarato dall'obbligato al pagamento risulti smentito dal suo tenore di vita, dalle spese affrontate.



martedì 18 febbraio 2014

Bisogna pagare l'assegno al figlio che diventa maggiorenne?

Cosa succede quando un figlio diventa maggiorenne?
Cessa la potestà genitoriale, certamente. Il figlio può autodeterminarsi.
Mantiene però il diritto all'assegno di mantenimento che sia stato stabilito in sede di separazione o divorzio.
Si può smettere di pagare solo quando il ragazzo/a sia diventato economicamente autonomo.
Questo succede nel momento in cui trova un lavoro stabile, consono, regolarmente retribuito, in modo tale da avere assicurata una vita dignitosa.
Non occorre che il lavoro sia particolarmente prestigioso; occorre che gli possa assicurare una vita dignitosa.
Se il figlio avesse rifiutato senza giusto motivo una occupazione con queste caratteristiche potrebbe essere ugualmente dichiarato decaduto dal diritto all'assegno.
La normativa applicabile ai figli maggiorenni è quella contenuta nell'art. 155 quinquies del codice civile, introdotto nel 2006.
Di regola l'assegno va pagato direttamente al figlio.

lunedì 10 febbraio 2014

Mario Balotelli ha riconosciuto la figlia? Quanto dovrà pagare?

Mario Balotelli, noto calciatore del Milan, ha dichiarato pubblicamente che la figlia di Raffaella Fico è sua figlia.
Dalla sua paternità derivano responsabilità morali, educative e materiali.
La bambina vive con la madre e di conseguenza (non essendo i genitori sposati) per la legge è automaticamente affidata alla madre.
Qualora Mario Balotelli volesse cambiare l'affidamento e magari chiedere di avere lui la bambina dovrebbe agire innanzi il Tribunale. Rimane salvo ovviamente il potere di accordarsi.
Se il noto calciatore non si occupasse concretamente della figlia, vedendola, portandola con se', seguendo i suoi studi, la sua vita, comportandosi in sostanza come deve un padre, la madre Raffaella Fico potrebbe chiedere al Tribunale dei Minorenni che venisse dichiarato decaduto dalla potestà genitoriale; in pratica non avrebbe più i diritti del padre, come quello di vedere la bambina.
Per quello che riguarda l'aspetto economico dovrà contribuire al suo mantenimento secondo le sue possibilità che sono certamente elevate.
Non possiamo fare qui ipotesi concrete ma certamente è da aspettarsi un assegno  di diverse diecine di migliaia d'Euro.
Tutto sta comunque all'accordo delle parti e qualora non vi sia alla decisione del Tribunale.


martedì 4 febbraio 2014

Se il figlio maggiorenne perde il lavoro, il padre lo deve mantenere?

La Corte di Cassazione (sentenza n. 1585/2014 sez. VI-1 del 27/1/2014) ha affermato un principio "strano" ed interessante.
Nel caso specifico il padre continuava a versare l'assegno di mantenimento al figlio trentenne. Questi era iscritto ad una facoltà universitaria da otto anni, senza peraltro dare gli esami, quindi "con scarso profitto", come dice la sentenza.
La Corte ha stabilito che il figlio non dovesse più ricevere l'assegno  perché aveva in passato cominciato a lavorare: non aveva quindi più diritto anche se non lavorava più. L'assegno era stato stabilito in sede di divorzio.
Trascrivo le parole della sentenza:
"Il giudice a quo precisa che l’odierno ricorrente, prossimo al raggiungimento del ventottesimo anno di età, ha svolto attivitá lavorativa nel settore turistico alberghiero e non frequenta con profitto il corso di laurea al quale risulta formalmente iscritto da più di otto anni.
Richiama il provvedimento impugnato giurisprudenza consolidata di questa Corte (tra le altre, Cass. n. 26259 del 2005; n. 1761 del 2003) per cui il mantenimento del figlio maggiorenne è da escludersi, ove questi abbia iniziato ad espletare un’attività lavorativa, dimostrando quindi il raggiungimento di una adeguata capacità, senza che possa rilevare la sopravvenienza di circostanze ulteriori che, pur determinando l’effetto di renderlo momentaneamente privo di sostentamento economico, non possono far risorgere un obbligo di mantenimento, i cui presupposti erano già venuti meno. Semmai potrebbe sorgere per il genitore un dovere alimentare, che si fonda peraltro su presupposti del tutto differenti."
La sentenza appare "strana" perché si può pensare che l'assegno di mantenimento spetti al figlio che è privo di redditi. In realtà il discorso è diverso in quanto spetta al figlio che "non è in grado di procurarsi redditi, non ha sviluppato la relativa capacità".
Quindi qualora il figlio abbia lavorato ha dimostrato di essere in grado di farlo...
Del resto non è nemmeno vero che il padre può "fregarsene" del figlio. Rimane l'obbligo dell'assegno alimentare (generalmente minore di quello di mantenimento) di cui agli artt. 433 e seguenti del codice civile.


giovedì 30 gennaio 2014

Come lo psicologo vede l'assegno di mantenimento.

Quando si interrompe il “contratto”  matrimoniale, a seguito della separazione coniugale, si vorrebbero vederne annullate tutte le clausole, come avviene in altre fattispecie contrattuali.
Ma il matrimonio, come sappiamo, implica – specialmente in presenza di figli – il permanere di responsabilità quali, ad esempio, l’assegno di mantenimento al coniuge economicamente più debole.
Nella prassi, sono in genere i mariti che devono continuare a versare alle mogli separate emolumenti che, secondo la suddetta logica contrattuale, sembrerebbero non più dovuti.
Questi coniugi provano, quindi, profondo rancore perché considerano un’ingiustizia dover continuare a mantenere le mogli ormai non più legate “contrattualmente” a loro.
A mio avviso va tenuto conto che il ‘vissuto psicologico’ non è necessariamente, anzi non è quasi mai, allineato con il ‘dovuto giuridico’: sentirsi ingiustamente sfruttati è un pernicioso sentimento che a volte induce anche una denegata triangolazione dei figli: “Perché vostra madre non va a lavorare?”, “Perché ancora la devo mantenere se non è più mia moglie?” sono solo alcune delle domande che sentiamo in questi casi.
Il più delle volte, questo senso di ingiustizia derivante da un codice civile percepito “a tutto vantaggio delle donne”, può venir stemperato dagli effettivi, seppur talora inefficaci, tentativi delle mogli separate di trovare un lavoro o altri modi per rendersi economicamente autosufficienti, mentre avvilisce ancor di più i padri separati assistere al passivo adagiarsi delle donne sugli assegni di mantenimento.
Sono sentimenti, questi, che, pur cozzando a volte contro la ratio della legge, hanno una loro ragione d’essere: non tenerne conto significa esasperare la conflittualità tra gli ex-coniugi, anche con ricadute sui figli, mentre affrontarli potrebbe contribuire a ridare dignità alle persone anche nei momenti più critici.

Dott.ssa Marisa Nicolini
Psicologa-psicoterapeuta
Ctu del Tribunale di Viterbo
Via A. Polidori, 5 – Viterbo
Cell. 328 8727581
www.marisanicolinipsicologaviterbo.freshcreator.com


venerdì 24 gennaio 2014

Ci si può separare senza avvocato?


Molti mi chiedono se ci si possa separare senza l'aiuto di un avvocato.

Mi hanno anche chiesto se i moduli per il Tribunale.
Per questo ho scritto un piccolo ebook che:
1) spieghi quando ci può separare senza l'ausilio di un avvocato e quando sia pericoloso far da soli;
2) spieghi passo per passo la procedura;
3) elenchi le spese necessarie;
4) alleghi il formulario ed i moduli necessari.
Per scaricarlo gratuitamente, andare nella pagina "E book scaricabili" di questo blog, oppure scrivere qui il vostro nome e la vostra mail.


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Indirizzo E-mail



mercoledì 22 gennaio 2014

Se chi deve dare l'assegno di mantenimento si ammala si può ridurre l'assegno?

Ho recentemente avuto un caso particolare.
I coniugi si sono separati tanti anni fa. Allora, con una separazione consensuale il marito si obbligò a pagare alla moglie un assegno mensile di € 600.
Nel corso degli anni la moglie non ha trovato lavoro o comunque non l'ha comunicato.
Il marito è andato in pensione ed ha continuato a pagare l'assegno con un notevole sforzo.
Ora però il marito si è ammalato di Alzheimer ed ha perso da una parte la coscienza piena e dall'altra ha bisogno di assistenza.
Si può quindi eliminare l'assegno visto che nel bilanciamento delle posizioni quello che oggi è nelle condizioni peggiori, anche se lui percepisce una modesta pensione e la moglie no.
Proceduralmente, in questi casi, si dovrà chiedere una modifica dei provvedimenti di separazione o il divorzio, sempre con la richiesta di revoca dell'assegno.
Una recentissima sentenza della Cassazione (Cassazione Civile sentenza 927/2014 del 17.1.2014) ha appunto stabilito il principio che l'assegno possa essere revocato e ridotto in un caso simile.

venerdì 17 gennaio 2014

Perchè Berlusconi paga alla moglie € 1,4 milioni al mese?

Silvio Berlusconi, dopo la decisione del tribunale di Monza, paga alla moglie un milione e quattrocentomila euro al mese. Si tratta di poco meno di 50.00 € al giorno e la cifra sembra assurda.
Questo pur sapendo che Berlusconi è uno degli uomini più ricchi del mondo.
In precedenza i coniugi si erano separati con sensualmente con un assegno di € 3.000.000 al mese. 
Il nuovo assegno è stato stabilito in sede di divorzio.
La ragione di questa cifra, di questo ordine di cifre, è che la moglie deve mantenere lo stesso standard tenore di vita che aveva durante il matrimonio
.
In questo senso, la Corte di Appello di Milano potrebbe anche accogliere il ricorso della sig.ra Lario contro la decisione del Tribunale di Monza ed alzare di nuovo l'assegno. E' di tutta evidenza che se invece del motorino si usa l'elicottero le spese sono alte ... :
Voi che ne pensate?

domenica 12 gennaio 2014

Il disoccupato deve pagare l'assegno di mantenimento per moglie e figli?

La Corte di Cassazione Penale, con la sentenza 51027 del 18.12.2013, si è occupata del caso di un marito che non aveva pagato l'assegno per moglie e figli, sostenendo di non poterlo fare per il suo stato di disoccupazione.
L a Corte ha ritenuto che il semplice stato di disoccupazione non fosse di per se' sufficiente a non pagare l'assegno.
L'imputato (poi condannato) avrebbe dovuto dimostrare di aver fatto degli sforzi concreti per trovare un lavoro, anche se non adeguato e retribuito modestamente.
Non basta quindi essere disoccupati ma occorre che si siano fatti degli sforzi- concreti per procurarsi il denaro necessario.
Tra l'altro, osservo che come al solito si è ritenuto che i certificati abbiano una portata miracolistica. In una causa il semplice "certificato" di disoccupazione (come di altro) può non significare nulla se non è appoggiato da una prova testimoniale o da altri riscontri.
Tra l'altro la pratica e l'esperienza comune ci insegnano in abbondanza che il nostro paese è pieno di gente che è iscritta alle liste di disoccupazione ma che ha lavori al nero spesso ben retribuiti.
Se veramente si hanno difficoltà economiche, si è disoccupati o si è avuto un abbassamento notevole del reddito,  la soluzione corretta è quella di chiedere al Tribunale una modifica dei provvedimenti di separazione, dimostrando il nuovo stato. Si potrà così eliminare l'assegno per il coniuge, in caso.
L'assegno per i figli potrà essere ridotto ma è quasi impossibile che sia eliminato. Se si sono messi al mondo dei figli (ancora magari molto piccoli) una regola (che non è solo di diritto) impone che se esiste un solo boccone di cibo questo vada ai figli.
E' per questo che una volta un giudice, in mia presenza, disse a una parte che non voleva dare nulla ai figli che, anche se fosse stato veramente disoccupato, avrebbe dovuto rubare (o chiedere l'elemosina), pur di provvedere ai piccoli. 

giovedì 2 gennaio 2014

Rientra in comunione la donazione indiretta?

Tutti gli immobili acquistati dai coniugi in comunione di beni, rientrano in comunione e quindi sono di proprietà comune al 50%.
Ci sono alcune eccezioni.
Una è quella che riguarda i beni ereditati o quelli donati personalmente ad un coniuge, magari dai genitori.
Che cosa accade quando invece il coniuge ha acquistato un immobile con il denaro regalatagli?
La Cassazione ha esaminato il caso di un uomo che aveva acquistato un appartamento con il denaro regalatogli (per questo motivo) dal padre. Questa fattispecie si chiama "donazione indiretta".
Per la sentenza 14197 del 5 giugno 2013, l'immobile è rimasto di proprietà esclusiva del marito, escluso dalla comunione dei beni. Che il denaro provenisse dal padre di lui era stato diimostrato dalle testimonianze del padre stesso, della sorella del marito ed infine dall'estratto conto bancario in cui risultava il prelievo di del denaro nella data dell'acquisto. 
La Corte ha inteso applicare l'art. 179 c.c. che elenca i beni esclusi dalla comunione legale; al punto b) sono indicati i beni provenienti da donazione. 
Nella pratica c'è da sottolineare che in un caso come questo è stato necessario fare una causa e portare delle prove. Tutto questo si sarebbe potuto evitare se all'atto avesse partecipato anche la moglie e nell'atto fosse stata inserita la doichiarazione che il bene  era escluso dalla comunione. Non sempre però i rapporti tra le parti (o il mancato consulto di un avvocato) permettono di usare le soluzioni più semplici.

Carcere per il mancato pagamento dell'assegno di mantenimento.

"Articolo 570 codice penale. Violazione degli obblighi di assistenza familiare.
Chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all'ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà dei genitori, o alla qualità di coniuge, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da lire duecentomila a due milioni.
Le dette pene si applicano congiuntamente a chi:
1) malversa o dilapida i beni del figlio minore  o del pupillo o del coniuge;
2) fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore , ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti  o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa.
Il delitto è punibile a querela della persona offesa salvo nei casi previsti dal numero 1 e, quando il reato è commesso nei confronti dei minori, dal numero 2 del precedente comma.
Le disposizioni di questo articolo non si applicano se il fatto è preveduto come più grave reato da un'altra disposizione di legge."
A parole è tutto molto semplice ma questa norma non viene spesso applicata per una serie di fattori, a cominciare dall'atteggiamento delle parti. Quanta gente conosciamo che non paga l'assegno? Quanta gente è stata veramente in carcere?

sabato 28 dicembre 2013

E se mettiamo i soldi per compare casa e poi non ci sposiamo?


La Corte di Cassazione Civile n. 8216/2012 sez. VI del 24/5/2012, ha risolto un caso del genere.
La donna aveva messo del denaro sul conto del fidanzato. L'idea era duplice. Da una parte si trattava di mettere da parte i soldi per l'acquisto della casa dove si sarebbe abitato dopo il matrimonio.
Dall'altra si trattava di mettere il denaro al sicuro da azioni di creditori contro la fidanzata.
Il fatto è che il rapporto si è deteriorato e l'uomo non ha restituito il denaro. Da qui la causa.
Tribunale e Corte d'Appello hanno dato ragione alla donna sul presupposto che risultassero i versamenti di lei sul conto dell'uomo. Questi poi ha contestato genericamente, senza aver dimostrato la restituzione.
La Corte di Cassazione ha confermato le sentenze precedenti sul rilievo che il semplice versamento del denaro sul conto altrui non implica automaticamente l'obbligo di restituzione ma di fatto, nel caso concreto, non erano stati provati ne' la restituzione ne' altri motivi che potessero giustificare la percezione del denaro da parte dell'ex fidanzato.  

martedì 17 dicembre 2013

Il tribunale è obbligato a mandare la Guardia di Finanza per accertamenti tributari?


In caso di separazione o divorzio il Giudice ha il potere4 di disporre accertamenti tributari tramite la Guardia di Finanza.
Può infatti capitare, ad esempio, che uno dei coniugi abbia un reddito ufficile basso e sianmo dimostrate sue spese molto al di sopra di questo presunto reddito. E' quindi presumibile che se il marito ha comprato un Mercedes nuovo del valore di € 40.000, non sia vero che è sull'orlo del fallimento.
L'accertamento tributario serve proprio a chiarire la situazione reale. In caso di mancata corrispondenza scatterà poi la denuncia agli organi fiscali competenti.
E' però obbligatorio che il giudice disponga questo accertamento?
La Cassazione (sentenza n. 26423/2013 sez. I del 26/11/201) ha stabilito che non lo sia. Il Giudice potrà decidere in autoinomia se procedere o no con tale mezzo, a seconda del suo prudente apprezzamento delle prove.
Se il Tribunale non dispone l'accertamento è però  anche vero che potrà lo stesso decidere tenendo presente le disparità tra la situazione fiscale dichiarata e quello che appare.
In altri termini, seguendo l'esempio di prima, nel caso in cui il marito dichiarti fiscalmente un reddito annuo di € 10.000 ed abbia comprato un'autovettura del valore di € 40.000, il Tribunale potrà ben ritenere che ilm reddito reale è superiore al dichiarato e - ad esempio - condannarlo al pagamento di un assegno mensile per coniuge e figli di € 1.500.

martedì 10 dicembre 2013

Si può ridurre l'assegno divorzile se la moglie può trovarsi lavoro?

La risposta è sì. 
Così ha stabilito la sentenza della Corte di Cassazione Civile n. 23797/2013 sez. I del 21/10/2013.

Ha ritenuto valido il seguente principio:
"d) ai sensi dell'art. 5 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, l'accertamento del diritto all'assegno divorzile deve essere effettuato non limitandosi a prendere in esame le condizioni economiche del coniuge richiedente, essendo necessario mettere a confronto le rispettive potenzialità economiche, intese non solo come disponibilità attuali di beni ed introiti, ma anche come attitudini a procurarsene in grado ulteriore, raffrontandole con lo stile di vita mantenuto dai coniugi in costanza di matrimonio (cfr da ultimo cass. n. 16598 del 2013)."

Detto in parole povere, per la determinazione dell'assegno divorzile o per vedere se esso spetti non bisogna guardare solo il lavoro svolto effettivamente dalle parti ma anche la capacità di guadagno, la possibilità di trovare un'occupazione con un reddito maggiore.
Voi che ne pensate? 

giovedì 21 novembre 2013

Se un genitore non paga l'assegno di mantenimento, si può chiedere ai nonni?

L'art. 148 del codice civile recita:"  coniugi devono adempiere l'obbligazione prevista nell'articolo precedente in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo. Quando i genitori non hanno mezzi sufficienti, gli altri ascendenti legittimi o naturali, in ordine di prossimità, sono tenuti a fornire ai genitori stessi i mezzi necessari affinché possano adempiere i loro doveri nei confronti dei figli. .... "
La norma prevede quindi che in caso di bisogno debbano pagare i nonni per il mantenimento dei nipoti.
Questa norma è stata invocata contro i genitori del figlio che non paga l'assegno.
La Cassazionecivile (con la sentenza , sez. I, del 30 settembre 2010, n. 20509) ha fatto una forte precisazione.
Secondo la Suprema Corte perchè i nonni possano essere condannati al pagamento dell'assegno non versato dal figlio occorre che i genitori dei bambini (entrambi, quindi compresa la parte che non riceve l'assegno) non abbiano mezzi sufficienti per mantenere i figli.
Facciamo il caso in cui il padre non paghi l'assegno per i figli.
La madre non dovrà avere mezzi sufficienti per il mantenimento da sola dei figli; non dovrà nemmeno essere in grado di procurarsi un lavoro conveniente.
Il padre (nello stesso esempio) dovrà essere assolutamente privo di mezzi. Anche se fosse disoccupato ma avesse beni immobili la madre dovrebbe prima provare a fare un pignoramento immobiliare per ricavare il dovuto.
Di conseguenza, dal punto di vista pratico, l'ipotesi del pagamento in surroga da parte die nonni è estremamente rara.
Del resto l'art. 147 c.c. recita: "Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli.."
La prima responsabilità è quindi dei genitori, non certo dei nonni... 

martedì 19 novembre 2013

Accesso alle dichiarazioni redditi del coniuge a tutela dell'assegno di mantenimento.

Quando si ha in piedi una causa per separazione o divorzio o si sta pensando di intentarla è indubbiamente utile poter leggere la dichiarazione redditi del coniuge.
Se si vive insieme si può frugare tra le carte dell'altro ma certamente non è la soluzione accettabile, anche per possibili profili di illiceità.
Il sistema più elegante (al di là dell'ordine del giudice) è quello di una richiesta all'Agenzia delle Entrate. 
In passato gli uffici tributari hanno risposto negativamente a dette richieste.
Ora la situazione è cambiata a seguito della sentenza n. 35020 emessa nel 2010 dal TAR del Lazio.
Si può quindi chiedere per iscritto all'Agenzia delle Entrate competente la dichiarazione redditi del coniuge o ex coniuge. Nella richiesta bisognerà specificare i motivi della stessa. Uno dei motivi validi è certamente quello della decisione di instaurare un giudizio a tutela del proprio diritto al giusto assegno di mantenimento (o a non pagarlo).
L'Agenzia delle Entrate comunicherà la richiesta al coniuge o ex coniuge. Questi potrà opporsi ma solo adducendo motivi validi.
La propria privacy in questo caso è un motivo assolutamente insufficiente.


35020/2010 
I)n passato gli organismoi tri  

mercoledì 13 novembre 2013

Una strampalata decisione tributaria sulla detraibilità dell'assegno di mantenimento per i figli

Come abbiamo già scritto in questo blog, l'assegno di mantenimento per i figli è detraibile.
E' anche logico pensare che sia detraibile l'aumento secondo il coefficiente ISTAT.
Invece non è esattamente così.
Secondo l'Agenzia delle Entrate  (risoluzione 448/E) se l'aumento ISTAT non è stato specificatamente indicato tra le condizioni di separazione (consensuale o giudiziale, omologata dal tribunale) non può essere detratto.
Di conseguenza se volontariamente si aumenta l'assegno secondo il coefficiente ISTAT per il costo della vita, la parte aumentata non sarà deducibile.
In altri termini bisogna per evitare questo fare una modifica - magari consensuale - delle condizioni di separazione, facendola omologare o decidere dal Tribunale.
Il problòema è che nella maggior parte dei casi la spesa non giustifica l'impresa ...