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giovedì 22 giugno 2017

Per l'assegno divorzile non conta più il tenore di vita?

Secondo il concetto applicato fino ad oggi, in caso di divorzio, il coniuge più debole aveva il diritto di mantenere lo stesso tenore di vita avuto durante il matrimonio. In pratica bastava essere sposati per un pò con il Berlusconi di turno per poi avere un super reddito tutta la vita.
Come ho osservato altre volte questo concetto è collegato a quella che era la famiglia molti decenni fa. Poteva essere infatti giusto tutelare il coniuge più debole in un contesto in cui una separazione (peggio un divorzio) era un qualcosa di straordinario. Per di più nella maggior parte dei nuclei familiari la moglie era casalinga: con la separazione / divorzio perdeva spesso la capacità di vivere dignitosamente.
Oggi i rapporti patrimoniali sono cambiati. I coniugi lavorano entrambi, le donne hanno accesso a praticamente tutti i lavori, i divorzi che prima erano eccezione sono diventati ora la normalità.  Tutto questo impone un cambiamento.
Nelle ultime settimane ha fatto molto parlare una sentenza rivoluzionaria della Corte di Cassazione (sez. I, sentenza 11504 del 10.5.2017).
Salvo alcune distinzioni ultime di altre fondamentali sentenze (11490/1990 Sezioni Unite, 2546/2014) la decisione 11504/2017 ha levato importanza al criterio del mantenimento del tenore di vita tenuto durante il matrimonio.
Ha infatti stabilito che il giudice dovrà uniformarsi al criterio di autoresponsabilità di ciascuno degli ex coniugi. In pratica ha diritto all'assegno solo chi non ha un reddito e non la possibilità di procurarselo. 
Il giudice dovrà valutare l'autosufficienza economica del coniuge che richiede l'assegno, secondo questi parametri:

  1. l'esistenza di redditi, siano essi di qualsiasi tipo;
  2. la disponibilità di una casa di abitazione;
  3. la capacità di lavorare;
  4. l'esistenza di proprietà immobiliari e mobiliari.

 Solo qualora non esista di conseguenza l'autosufficienza economica potrà subentrare l'altro coniuge, con l'assegno di mantenimento. La differenza con prima è che secondo il vecchio criterio aveva diritto al mantenimento anche un coniuge con un reddito magari di € 5.000 mensili; l'unica condizione era che l'altro coniuge fosse molto più ricco.
Per di più questo assegno di mantenimento non dovrà tendere ad assicurare lo stesso tenore di vita avuto durante il matrimonio.
Una prima fondamentale riflessione (che molti commentatori non fanno) è che NON è una nuova legge ma solo una nuova interpretazione della stessa legge. Una interpretazione può cambiare in qualsiasi momento (come è cambiata in passato). Per cambiare veramente le cose occorrerebbe una nuova legge ma tutti sappiamo che i politici hanno ben altro da fare...
Una ulteriore riflessione è che questa nuova interpretazione sul tenore di vita non tocca affatto la situazione della maggior parte delle coppie. Se la coppia viveva con un solo stipendio (magari buono) non c'è in pratica differenza tra un normale assegno di mantenimento e quello tendente a mantenere lo stesso tenore di vita avuto durante il matrimonio.
Il criterio ha importanza per le coppie con un ricco tenore di vita ed una sproporzione notevole  dei redditi. Quindi se non sei ricco questa nuova sentenza non ti da nulla ... tranquillo ... è tutto come prima...  :)

domenica 26 marzo 2017

Marito impotente o moglie sterile: matrimonio nullo? Assegno mantenimento?

La Cassazione ha stabilito che l'incapacità di avere figli o quella di avere rapporti sessuali possano far annullare il matrimonio. In questi casi non spetta l'assegno di mantenimento. La richiesta di annullamento può anche avere questo scopo.
Carenze di questo tipo sono infatti tali da danneggiare il diritto fondamentale del coniuge a realizzarsi pienamente nella famiglia, nella società, come genitore. 
E' in gioco la tutela costituzionale della famiglia con gli artt. 2, 3, 29  e 30 della Costituzione.
"L'errore sulle qualità personali è essenziale qualora, tenute presenti le condizioni dell'altro coniuge, si accerti che lo stesso non avrebbe prestato il suo consenso se le avesse esattamente conosciute..." 
In altri termini il matrimonio può essere annullato a queste condizioni: 
1) al momento del matrimonio doveva già esserci il problema; 
2) l'altro coniuge doveva ignorare lo stato di malattia, l'impossibilità di avere rapporti sessuali o di procreare, sterilità (in latino impotenzia coendi e impotentia generandi); 
3) dopo la scoperta dell'errore non deve esserci stata convivenza per oltre un anno; 
4) l'errore deve essere tale che se l'altro coniuge lo avesse saputo, non si sarebbe sposato. 
E' fondamentale segnalare che il coniuge che - per esempio - non possa avere figli (marito o moglie) non è necessario che sappia della sua malattia: basta che questa esista. Non si parla infatti di colpevolezza o meno, di imbrogli, può anche esserci la buona fede. Quello che è importante è l'ignoranza, l'errore su una circostanza che avrebbe reso inaccettabile il matrimonio per l'altro coniuge. 
Veniamo a qualche caso concreto. 
Sentenza Cassazione civile, sez. VI (sottosezione I), n. 3742 del 13 febbraio 2017. 
La moglie si era rivolta al Tribunale di Palermo per ottenere l'annullamento del matrimonio. 
Sosteneva si essere stata ingannata in quanto il marito era affetto da orchide epididimite; questa malattia avrebbe impedito la capacità di procreare del marito. 
La donna affermava che non si sarebbe mai sposata se fosse stata a conoscenza di un problema del genere. Sia il tribunale che la Corte d'Appello le davano torto sulla base della perizia medica d'ufficio. In questa era risultato che la malattia era abitualmente curabile con antibiotici, con piena ripresa della potenzialità generativa. Il marito era risultato comunque malato solo durante il matrimonio e non c'era prova che lo fosse anche al momento della sua celebrazione. 
L'avvocato della donna, nel ricorso per cassazione, aveva sostenuto che non era importante tanto la malattia in sè quanto l'effetto che aveva avuto sul coniuge inconsapevole. La Corte di Cassazione, riteneva che la Corte d'Appello di Palermo avesse motivato correttamente la sua decisione sulla base della perizia medica. 
Affermava altresì che la moglie avrebbe dovuto provare l'esistenza della malattia al momento della celebrazione del matrimonio e poi al giudice sarebbe toccato stabilire quanto la malattia incidesse sulle legittime aspettative matrimoniali. 
Cassazione civile 13 gennaio 2012, sent. n. 386, sez. 1. 
Il marito aveva dovuto fare un trattamento farmaceutico pesante che dopo il matrimonio aveva provocato una "azospermia" cioè una incapacità di procreare per mancanza di spermatozoi. 
Con una lunga cura la malattia era curabile tanto è vero che - dopo la separazione - l'uomo aveva avuto due figlie con un'altra donna
La Corte d'Appello e la Cassazione gli davano torto, condannandolo anche al risarcimento dei danni
La Cassazione è arrivata a questa decisione perchè il marito, al momento del matrimonio, avrebbe dovuto dire alla promessa sposa che stava facendo una cura medica che avrebbe potuto avere effetti sulla sua capacità di generare figli e che - se pur curabile - avrebbe comunque provocato questa incapacità per un lungo periodo. 
La Cassazione ha infatti ritenuto che il fatto di non poter generare per un lungo periodo ha impedito la possibilità di avere figli per un lasso di tempo comunque significativo ed inaccettabile. 
Cassazione civile sent. 10 maggio 2005, n. 9801. 
In questo caso la Suprema Corte ha dichiarato nullo il matrimonio e condannato il marito al risarcimento danni perchè aveva taciuto alla sposa la sua incapacità di avere r


apporti sessuali.
Come si vede quindi la questione non è semplice nei casi concreti.
Trascrivo qui l'art. 122 del codice civile:
"Il matrimonio può essere impugnato da quello dei coniugi il cui consenso è stato estorto con violenza  o determinato da timore di eccezionale gravità derivante da cause esterne allo sposo.
Il matrimonio può altresì essere impugnato da quello dei coniugi il cui consenso è stato dato per effetto di errore sull'identità della persona  o di errore essenziale su qualità personali dell'altro coniuge.
L'errore sulle qualità personali è essenziale qualora, tenute presenti le condizioni dell'altro coniuge, si accerti che lo stesso non avrebbe prestato il suo consenso se le avesse esattamente conosciute e purché l'errore riguardi:
1) l'esistenza di una malattia fisica o psichica o di un'anomalia o deviazione sessuale, tali da impedire lo svolgimento della vita coniugale;
2) l'esistenza di una sentenza di condanna per delitto non colposo alla reclusione non inferiore a cinque anni, salvo il caso di intervenuta riabilitazione  prima della celebrazione del matrimonio. L'azione di annullamento non può essere proposta prima che la sentenza sia divenuta irrevocabile;
3) la dichiarazione di delinquenza abituale o professionale;
4) la circostanza che l'altro coniuge sia stato condannato per delitti concernenti la prostituzione a pena non inferiore a due anni. L'azione di annullamento non può essere proposta prima che la condanna sia divenuta irrevocabile;
5) lo stato di gravidanza causato da persona diversa dal soggetto caduto in errore, purché vi sia stato disconoscimento ai sensi dell'articolo 233, se la gravidanza è stata portata a termine.
L'azione non può essere proposta se vi è stata coabitazione per un anno dopo che siano cessate la violenza o le cause che hanno determinato il timore ovvero sia stato scoperto l'errore."

giovedì 2 marzo 2017

ATTENZIONE: accordi di separazione di cui non fidarsi ...

Qualche volta anche un bell'accordo chiaro, firmato davanti a giudici ed avvocati non vale nulla. E' accaduto per una clausoladi separazione consensuale sulle spese della ex casa coniugale.
I coniugi, separandosi, avevano stabilito che la casa (di proprietà comune) fosse assegnata alla moglie. Era stato firmato un accordo per il quale il marito avrebbe dovuto pagare solo le spese condominiali straordinarie.
La moglie ha invece chiesto il rimborso di quanto speso per la sistemazione del giardino e la sostituzione della porta basculante del box.
La Cassazione civile  (sentenza sez. I, 2195 del 4 febbraio 2016) ha deciso che il marito debba pagare nonostante l'accordo contrario.
Il marito, sicuro dell'accordo è arrivato fino in Cassazione per poi prendere una bella botta, con spese legali molto superiori a quanto voleva la moglie.
Perchè la Cassazione ha deciso così?
Il tribunale aveva accertato che era necessario sostituire la porta del box e delle piante erano state tagliate perché potevano cadere sulle auto.
Secondo la Corte di Cassazione l'accordo sulle spese straordinarie condominiali non esclude il pagamento delle spese di conservazione dell'immobile che hanno natura nettamente diversa.
Rimane il fatto che il marito con la firma di quell'accordo pensava di dover pagare solo una categoria di spese e non altre!
Massima prudenza, della persona e dell'avvocato, quando si firma. L'accordo più chiaro può valere nei fatti molto poco.

Cassazione, sez. I Civile, sentenza n. 2195 del 4 febbraio 2016



Ragioni in fatto e in diritto della decisione
1.- Riformando la decisione del giudice di pace, il Tribunale di Foggia, con la decisione impugnata (depositata in data 6.5.2011) ha condannato D.G. al pagamento in favore di R.C. - coniuge separato del convenuto - della somma di Euro 2.040,00, oltre interessi, a titolo di rimborso di spese straordinarie sostenute per la sistemazione del giardino e la sostituzione della basculante del box dell'appartamento comune, assegnato alla moglie in sede di separazione consensuale omologata.
Secondo il tribunale le condizioni di separazione (che limitavano l'obbligo a carico del marito solo per le spese condominiali straordinarie) erano state previste per disciplinare i rapporti tra i coniugi e i figli mentre non incidevano sull'applicabilità nella concreta fattispecie dell'art. 1110 c.c. in relazione al diritto al rimborso del partecipante che, in caso di trascuranza degli altri partecipanti o dell'amministratore, ha sostenuto spese necessarie per la conservazione della cosa comune.
Contro la sentenza del tribunale il convenuto ha proposto ricorso per cassazione affidato a quattro motivi.
Resiste con controricorso l'intimata.
2.1.- Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 156, 158, 1102, 1110, 1173 e 1322 c.c. Lamenta che il giudice del merito non abbia tenuto conto delle condizioni di separazione che prevedevano, a carico del ricorrente, “il pagamento proquota solo delle spese condominiali straordinarie, degli oneri fiscali, nonché dei tributi e tasse che gravano su detto immobile”. Le parti, dunque, avevano consensualmente e legittimamente convenuto l'esclusione di qualsiasi altro obbligo di contribuzione relativo all'immobile da parte del ricorrente, così come consentito dall'art. 158 c.c., in deroga all'art. 1110 c.c..
2.2.- Con il secondo motivo il ricorrente denuncia la violazione degli artt. 175, 208 c.p.c. e 104 disp. Att. c.p.c.. Deduce che erroneamente il tribunale avrebbe ammesso ed escusso come teste la figlia D.M. , posto che l'attrice era decaduta dall'ammissione fatta dal giudice di pace, non avendo notificato (pur in tal senso onerata dal giudice di pace) il provvedimento emesso fuori udienza con il quale era stato integrato il provvedimento di ammissione.
2.3.- Con il terzo motivo il ricorrente denuncia la violazione o la falsa applicazione degli artt. 1102, 1110 c.c. e 115 c.p.c. nonché vizio di motivazione, lamentando che erroneamente sia stata ritenuta la sua "trascuranza" sui lavori da eseguire, posto che non era stato tempestivamente avvisato della necessità dei lavori e che i lavori eseguiti nel giardino erano diversi da quelli preventivati.
2.4.- Con il quarto motivo il ricorrente denuncia vizio di motivazione in ordine alla ritenuta natura di spese conservative di quelle eseguite dall'attrice, trattandosi, in realtà, di "migliorie".
3.- Osserva la Corte che i motivi di ricorso - là dove non sono inammissibili perché veicolano censure in fatto non deducibili in sede di legittimità - sono infondati perché il giudice del merito ha correttamente applicato il principio per il quale in tema di spese relative alle parti comuni di un bene, come l'obbligo di partecipare ad esse incombe su tutti i comunisti in quanto appartenenti alla comunione ed in funzione delle utilità che la cosa comune deve a ciascuno di essi garantire, così il diritto al rimborso "pro quota" delle spese necessarie per consentire l'utilizzazione del bene comune secondo la sua destinazione spetta al partecipante alla comunione che le abbia anticipate per gli altri in forza della previsione dell'art. 1110 cod. civ., le cui prescrizioni debbono ritenersi applicabili, oltre che a quelle per la conservazione, anche alle spese necessarie perché la cosa comune mantenga la sua capacità di fornire l'utilità sua propria secondo la peculiare destinazione impressale (Sez. 2, Sentenza n. 12568 del 27/08/2002). Invero, le spese per la conservazione, nel caso di inattività degli altri comproprietari, da accertare in fatto, possono essere anticipate da un partecipante al fine di evitare il deterioramento della cosa, cui egli stesso e tutti gli altri hanno un oggettivo interesse, e di esse può essere chiesto il rimborso (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 11747 del 01/08/2003; Sez. 2, Sentenza n. 253 del 08/01/2013).
La natura necessaria delle spese è stata accertata dal giudice del merito con apprezzamento in fatto incensurabile in questa sede (sostituzione della serranda del box, rotta a seguito di tentativo di furto e taglio degli alberi che stavano rovinando sulle autovetture).
Peraltro, come ha ben evidenziato il tribunale - pure alla luce di un accertamento in fatto non adeguatamente censurato circa l'interpretazione delle condizioni della separazione consensuale - altro sono le spese condominiali straordinarie rispetto a quelle di conservazione ex art. 1110 c.c., di cui il ricorrente è tenuto a corrispondere la propria quota in virtù della comproprietà dell'immobile. Quanto alla dedotta decadenza dall'ammissione del teste D.M. , correttamente il tribunale ha evidenziato che il giudice di pace non poteva far ricadere sull'attrice le conseguenze della propria precedente omissione (pretermissione della teste tempestivamente indicata e successiva integrazione del provvedimento su istanza dell'attrice).
Il ricorso, dunque, deve essere rigettato.
Le spese del giudizio di legittimità - liquidate in dispositivo - seguono la soccombenza.
 
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 2.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori come per legge.

AvvocatoAndreani.it Risorse Legali - Articolo originale: Cassazione, sez. I Civile, sentenza n. 2195 del 4 febbraio 2016



Ragioni in fatto e in diritto della decisione
1.- Riformando la decisione del giudice di pace, il Tribunale di Foggia, con la decisione impugnata (depositata in data 6.5.2011) ha condannato D.G. al pagamento in favore di R.C. - coniuge separato del convenuto - della somma di Euro 2.040,00, oltre interessi, a titolo di rimborso di spese straordinarie sostenute per la sistemazione del giardino e la sostituzione della basculante del box dell'appartamento comune, assegnato alla moglie in sede di separazione consensuale omologata.
Secondo il tribunale le condizioni di separazione (che limitavano l'obbligo a carico del marito solo per le spese condominiali straordinarie) erano state previste per disciplinare i rapporti tra i coniugi e i figli mentre non incidevano sull'applicabilità nella concreta fattispecie dell'art. 1110 c.c. in relazione al diritto al rimborso del partecipante che, in caso di trascuranza degli altri partecipanti o dell'amministratore, ha sostenuto spese necessarie per la conservazione della cosa comune.
Contro la sentenza del tribunale il convenuto ha proposto ricorso per cassazione affidato a quattro motivi.
Resiste con controricorso l'intimata.
2.1.- Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione o falsa applicazione degli artt. 156, 158, 1102, 1110, 1173 e 1322 c.c. Lamenta che il giudice del merito non abbia tenuto conto delle condizioni di separazione che prevedevano, a carico del ricorrente, “il pagamento proquota solo delle spese condominiali straordinarie, degli oneri fiscali, nonché dei tributi e tasse che gravano su detto immobile”. Le parti, dunque, avevano consensualmente e legittimamente convenuto l'esclusione di qualsiasi altro obbligo di contribuzione relativo all'immobile da parte del ricorrente, così come consentito dall'art. 158 c.c., in deroga all'art. 1110 c.c..
2.2.- Con il secondo motivo il ricorrente denuncia la violazione degli artt. 175, 208 c.p.c. e 104 disp. Att. c.p.c.. Deduce che erroneamente il tribunale avrebbe ammesso ed escusso come teste la figlia D.M. , posto che l'attrice era decaduta dall'ammissione fatta dal giudice di pace, non avendo notificato (pur in tal senso onerata dal giudice di pace) il provvedimento emesso fuori udienza con il quale era stato integrato il provvedimento di ammissione.
2.3.- Con il terzo motivo il ricorrente denuncia la violazione o la falsa applicazione degli artt. 1102, 1110 c.c. e 115 c.p.c. nonché vizio di motivazione, lamentando che erroneamente sia stata ritenuta la sua "trascuranza" sui lavori da eseguire, posto che non era stato tempestivamente avvisato della necessità dei lavori e che i lavori eseguiti nel giardino erano diversi da quelli preventivati.
2.4.- Con il quarto motivo il ricorrente denuncia vizio di motivazione in ordine alla ritenuta natura di spese conservative di quelle eseguite dall'attrice, trattandosi, in realtà, di "migliorie".
3.- Osserva la Corte che i motivi di ricorso - là dove non sono inammissibili perché veicolano censure in fatto non deducibili in sede di legittimità - sono infondati perché il giudice del merito ha correttamente applicato il principio per il quale in tema di spese relative alle parti comuni di un bene, come l'obbligo di partecipare ad esse incombe su tutti i comunisti in quanto appartenenti alla comunione ed in funzione delle utilità che la cosa comune deve a ciascuno di essi garantire, così il diritto al rimborso "pro quota" delle spese necessarie per consentire l'utilizzazione del bene comune secondo la sua destinazione spetta al partecipante alla comunione che le abbia anticipate per gli altri in forza della previsione dell'art. 1110 cod. civ., le cui prescrizioni debbono ritenersi applicabili, oltre che a quelle per la conservazione, anche alle spese necessarie perché la cosa comune mantenga la sua capacità di fornire l'utilità sua propria secondo la peculiare destinazione impressale (Sez. 2, Sentenza n. 12568 del 27/08/2002). Invero, le spese per la conservazione, nel caso di inattività degli altri comproprietari, da accertare in fatto, possono essere anticipate da un partecipante al fine di evitare il deterioramento della cosa, cui egli stesso e tutti gli altri hanno un oggettivo interesse, e di esse può essere chiesto il rimborso (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 11747 del 01/08/2003; Sez. 2, Sentenza n. 253 del 08/01/2013).
La natura necessaria delle spese è stata accertata dal giudice del merito con apprezzamento in fatto incensurabile in questa sede (sostituzione della serranda del box, rotta a seguito di tentativo di furto e taglio degli alberi che stavano rovinando sulle autovetture).
Peraltro, come ha ben evidenziato il tribunale - pure alla luce di un accertamento in fatto non adeguatamente censurato circa l'interpretazione delle condizioni della separazione consensuale - altro sono le spese condominiali straordinarie rispetto a quelle di conservazione ex art. 1110 c.c., di cui il ricorrente è tenuto a corrispondere la propria quota in virtù della comproprietà dell'immobile. Quanto alla dedotta decadenza dall'ammissione del teste D.M. , correttamente il tribunale ha evidenziato che il giudice di pace non poteva far ricadere sull'attrice le conseguenze della propria precedente omissione (pretermissione della teste tempestivamente indicata e successiva integrazione del provvedimento su istanza dell'attrice).
Il ricorso, dunque, deve essere rigettato.
Le spese del giudizio di legittimità - liquidate in dispositivo - seguono la soccombenza.
 
P.Q.M.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 2.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori come per legge.

AvvocatoAndreani.it Risorse Legali - Articolo originale: Cassazione, sez. I Civile, sentenza n. 2195 del 4 febbraio 2016

martedì 28 febbraio 2017

Assurdo! Se non voglio mantenere i figli non mi sposo!


E' vero: il genitore che non paga gli assegni, non è condannato penalmente se è solo il genitore naturale!
La Cassazione penale con la sentenza n. 2666 del 19 gennaio 2017 (sez. VI) ha evidenziato un assurdo della legislazione italiana!
Attualmente i figli naturali (cioè quelli nati da genitori non sposati) e quelli legittimi dovrebbero avere gli stessi diritti. Non è così!
La sentenza che ho indicato ha risolto il problema se sia da condannare penalmente il genitore naturale che non versi l'assegno stabilito per il mantenimento del figlio.
Ha ritenuto che il genitore naturale, che non paga, non deve essere condannato per il reato di cui all’art. 12 sexies, della legge 898/1970 sul divorzio. (La legge 54 del 2006 ha stabilito che detta norma debba essere applicata anche in caso di separazione.)
Questa legge prevede che chi non versa l’assegno stabilito in sede di divorzio, debba essere condannato alla pena della reclusione fino a un anno o la multa da 103 euro a 1032 euro.
Al di là della pena ridicola, chi viene condannato deve subire tutti gli effetti negativi di una condanna penale. Il problema è se questa legge si applichi anche nei confronti del genitore che non sia separato o divorziato. La Cassazione ha deciso che non si applica affatto per quello che riguarda il penale. Ha stabilito che si applichi solo per gli aspetti civili.
Queste sono le parole di parte della motivazione:” in caso di separazione dei genitori coniugati, ovvero di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio si applicano tutte le disposizioni previste dalla L. n. 54 del 2006, per quanto riguarda i figli di genitori non coniugati il riferimento ai "procedimenti relativi" agli stessi assolve alla funzione di circoscrivere l'ambito delle disposizioni applicabili a quelle che concernono i procedimenti indicati dalla L. n. 54 del 2006, e che sono quelli civili di cui all'art. 2, e non anche alle previsioni normative che attengono al diritto penale sostanziale”.
Esiste quindi una enorme disparità di trattamento: se un genitore divorziato non versa l’assegno può andare in galera ma se lo fa un genitore naturale no!
Esiste, è vero, sempre l’art. 570 del codice penale che condanna chi “fa mancare i mezzi di sostentamento ai figli minori o inabili al lavoro, al coniuge, ai genitori. La norma dell’art. 570, tuttavia, si applica solo se ci sia uno stato di bisogno.
Di conseguenza se l’altro genitore comunque riesce a mantenere (magari con grossi sforzi) i figli, il reato non esiste... La norma della legge sul divorzio si applica invece sempre e comunque per il solo fatto del mancato versamento dell’assegno stabilito in sede di divorzio o separazione.
Ancora una volta quindi, nonostante tutte le promesse degli incapaci politici l’uguaglianza completa tra figli naturali (meno protetti) e quelli nati nel matrimonio è solo una illusione.
Questa differenza ha una importanza enorme che come avvocato riscontro nella pratica. Supponiamo che la madre che ha con sé i figli non riceva nulla dal padre. Supponiamo che (come capita spesso) non abbia il denaro per affrontare una causa civile o non ne voglia sopportare i costi oppure abbia difficoltà perché il padre lavora in nero. In questo caso può essere più semplice ed economica una querela penale (spesso redatta gratuitamente anche dai poliziotti o carabinieri).
Può essere che il padre, per il timore di una condanna penale, arrivi a pagare il dovuto.  Se però la madre in questione non è stata sposata con il padre che non mantiene i figli … l'azione penale sarà incer
ta o inutile in tantissimi casi.
La colpa di questa assurda situazione non può essere data alla Corte di Cassazione che ha solo applicato la legge esistente. La colpa è della classe politica che non è capace o non vuole fare semplicemente una legge che parifichi veramente i figli naturali a quelli "legittimi" anche in questo campo.
Art. 570 del codice penale. “Chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all'ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale o alla qualità di coniuge, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da centotre euro a milletrentadue euro. 
Le dette pene si applicano congiuntamente a chi: 
1) malversa o dilapida i beni del figlio minore o del coniuge; 
2) fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa. 
Il delitto è punibile a querela della persona offesa salvo nei casi previsti dal numero 1 e, quando il reato è commesso nei confronti dei minori, dal numero 2 del precedente comma. Le disposizioni di questo articolo non si applicano se il fatto è preveduto come più grave reato da un'altra disposizione di legge.

lunedì 27 febbraio 2017

Se ho dato 2 milioni di euro a mia moglie le dovrò dare pure l'assegno?

Il caso è questo: un produttore cinematografico, nel periodo tra separazione e divorzio, versa alla moglie € 2.000.000,00.
Con questo pensava di non dover pagare più l'assegno di mantenimento.
Al momento del divorzio la moglie chiedeva invece lo stesso l'assegno di mantenimento, per lei e per i figli.
Il marito si è difeso affermando che i 2 milioni erano stati versati come anticipazione dell'assegno di mantenimento di separazione e di divorzio: sarebbero in effetti stati sufficienti per pagare almeno venti anni di assegni mensili.
La Corte d'Appello di Milano ha dato ragione al marito. La moglie si è rivolta alla Cassazione che le ha dato ragione, stabilendo lo stesso l'obbligo di pagamento dell'assegno.
La Cassazione civile, con la sentenza n. 2224 del 30 gennaio 2017 ha stabilito alcuni concetti importanti.
Per quanto stabilito dall'art. 160 c.c. (riportato sotto)

sono nulli i patti di disposizione di diritti in materia matrimoniale. Anche l'eventuale rinuncia della moglie all'assegno (a fronte della donazione di € 2.000.000,00) non sarebbe quindi stata valida.
Nel caso specifico non esisteva nemmeno un atto che stabilisse chiaramente che il pagamento di € 2.000.000 era stato fatto al posto degli assegni.
Se fosse esistito un atto, anche se scrittura privata, se ne sarebbe tenuto conto (anche se non in modo obbligatorio)  ma così non è stato.
Per stabilire l'assegno si deve aver riferimento alla situazione degli ex coniugi al momento attuale, senza riferimento a passate elargizioni che siano, per esempio, state consumate.
Dal tutto si deduce che il marito avrebbe potuto evitare di versare 2 milioni o comunque lo avrebbe dovuto fare con cautele maggiori. Questo a meno che non siano stati versati nella realtà per altri motivi.
Gli stessi principi sono validi per elargizioni di importo rilevante per le parti ma oggettivamente inferiore. E' comune il fatto che si cedano immobili o loro parti in sostituzione dell'assegno di mantenimento.
Se questo avviene nella separazione e con tutte le formalità necessarie potrà valere per l'assegno di separazione ma non varrà automaticamente per quello di divorzio.
La Cassazione, nella stessa sentenza, ha stabilito che assegno di separazione e divorzio abbiano infatti natura diversa.
Art. 160 c.c. "Gli sposi non possono derogare né ai diritti, né ai doveri previsti dalla legge per effetto del matrimonio."
(Nota: la sentenza non si riferisce ai personaggi celebri di cui pubblico le foto.)

sabato 4 febbraio 2017

Il figlio abbandonato potrà mai chiedere l'assegno di mantenimento alla madre?

Esistono delle norme non molto conosciute ma anche estremamente delicate.
Per il DPR 396/2000, art. 30 comma 1, la madre naturale che abbia abbandonato il figlio alla nascita in ospedale, può richiedere  di non essere mai nominata, rintracciata.
E' stata una delle norme previste in occasione della legge sull'aborto, uno dei correttivi voluti dalla legge per ostacolare l'interruzione di gravidanza, diminuirne il numero: la donna può partorire e poi sparire per sempre dalla vita del neonato.
Questo ha due profili, riguardanti anche l'assegno di mantenimento.
Il figlio non potrà mai sapere chi è la madre e non potrà chiederle il mantenimento.
Il figlio potrà invece sempre sapere chi è il padre e chiedergli il mantenimento.
Ovviamente qui parlo in riferimento all'assegno di mantenimento, come da argomento del blog.
E' evidente una disparità di trattamento tra uomo e donna ed un danno economico per il figlio / a (potrà infatti chiedere il mantenimento a solo uno dei genitori).
La logica del legislatore è stata appunto quella di creare una alternativa alla interruzione di gravidanza: la donna può partorire ma le si garantisce che nessuno potrà mai risalire a lei e, per quello che la riguarda, è come se il figlio non fosse mai esistito.
Questo contrasta anche con il diritto costituzionale (sentenza Corte Costituzionale 278/2013) di conoscere le proprie origini di cui si parla appunto nella sentenza della Cassazione, sezioni unite, 25 gennaio 2017, n. 1946.
Dopo la sentenza della Corte Costituzionale non è stata emessa alcuna norma attuativa (i politici avevano altro da fare ...).
La Cassazione è quindi intervenuta per stabilire che - pur in assenza di una legge specifica - qualora il figlio chieda di conoscere il nome della propria madre naturale - il Tribunale debba aprire un procedimento e chiedere alla madre naturale se questa voglia ancora mantenere l'anonimato. Qualora lei acconsenta il suo nome sarà comunicato ma se invece neghi ancora il consenso il suo nome rimarrà secretato per sempre.
Osservo che questa richiesta, magari vent'anni dopo, può anche riaprire vecchie ferite. Tra l'altro nei fatti non può esistere tutto questo segreto (almeno nella nuova famiglia eventuale della donna); è quindi possibile che il timore di una procedura del genere possa bloccare il ricorso alla procedura del disconoscimento, voluta perchè comunque il bambino venisse al mondo.
Di fatto si tratta di norme, quelle sull'interruzione di gravidanza, fatte per rispondere ad esigenze diverse e contrastanti.
Non voglio dire che siano ingiuste: forse era la legge migliore che potesse farsi all'epoca. Rimane il fatto che i problemi creati sono tanti.
Per quello che riguarda il padre naturale questi non può dire la sua né sulla decisione di abortire, né sulla decisione di mantenere l'anonimato. Non può nemmeno chiedere che il figlio invece che in adozione sia dato a lui.
Nel contempo è però dovuto, lui solo, a pagare l'eventuale assegno di mantenimento.
Anche se nella pratica non si vedono tutti questi padri pronti a lottare per avere il figlio, i problemi ci sono e sono seri.
Sperò che prima o poi, senza preconcetti, politici o religiosi, si possa trovare una soluzione equilibrata, a tutela di padre, madre e figlio.
Riporto qui il dispositivo della decisione della Corte di Cassazione (sezioni unite, 25 gennaio 2017, n. 1946).

"In tema di parto anonimo, per effetto della sentenza della Corte costituzionale n. 278 del 2013, ancorchè il legislatore non abbia ancora introdotto la disciplina procedimentale attuativa, sussiste la possibilità per il giudice, su richiesta del figlio desideroso di conoscere le proprie origini e di accedere alla propria storia parentale, di interpellare la madre che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata, ai fini di una eventuale revoca di tale dichiarazione, e ciò con modalità procedimentali, tratte dal quadro normativo e dal principio somministrato dalla Corte costituzionale, idonee ad assicurare la massima riservatezza e il massimo rispetto della dignità della donna; fermo restando che il diritto del figlio trova un limite insuperabile allorché la dichiarazione iniziale per l'anonimato non sia rimossa in seguito all'interpello e persista il diniego della madre di svelare la propria identità".

venerdì 3 febbraio 2017

Adeguamento ISTAT dell'assegno di mantenimento per dicembre 2016

L'ISTAT ha calcolato che il coefficiente di adeguamento per dicembre 2016 sia + 0,4 % rispetto a dicembre 2015. 

Questo indice si applica per calcolare la variazione del mese di dicembre 2016 rispetto a dicembre 2015 è (+  0,4 %).

Se un assegno di mantenimento era ad dicembre  2015 di € 1.000, a dicembre 2016 diventerà (€ 1000/100*100,4 (cioè 100+0,4)) € 1004.

Per fare calcoli più veloci (anche per più anni precedenti) si può usare il foglio di calcolo in fondo a questa pagina. 

I dati sono comunque ricavabili (con qualche difficoltà) dal sito www.istat.it. Bisognerà cercare i dati dell'indice dei prezzi dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati.

lunedì 14 novembre 2016

Matrimonio tra uomini NON gay. E' valido?

E' una notizia Ansa di poco fa: due uomini eterosessuali (conviventi ma solo amici) si sono sposati (notizia ANSA link).
Il sindaco ha rifiutato di sposarli ma al suo posto lo ha fatto un assessore, secondo la recente legge.
I due hanno dichiarato di essere solo amici e di prendersi cura l'uno dell'altro come fratelli. Si sono sposati per accedere alle agevolazioni che hanno gli sposati, come quella di poter visitare in ospedale il coniuge in gravi condizioni o poter prendere le decisioni necessarie.
Si tratterebbe quindi di un matrimonio di comodo.
L'on. Cirinnà, madre della recente legge sulle unioni omosessuali, ha dichiarato che il matrimonio è lecito perché i matrimoni di convenienza sono sempre esistiti.
Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia, leader di gran parte della comunità omosessuale ha invece criticato il matrimonio in quanto permette di accedere alla pensione di reversibilità e ad altri vantaggi economici, ad esempio.
Di conseguenza pur ritenendo lecito il matrimonio lo ha ritenuto una truffa morale.
Per quello che mi riguarda, pur essendo d'accordo on Mancuso in linea generale, ho dei forti dubbi anche sulla legittimità di questo matrimonio. E' infatti innegabile che nel concetto di matrimonio esista quello della unione sessuale (salvo età o malattie); l'art. 143 c.c. parla anche del dovere di fedeltà. Un matrimonio quindi che escluda il sesso e sia solo di facciata e contemporaneamente consideri normale l'infedeltà, cioè il sesso con altri soggetti mi lascia molto perplesso anche dal punto di vista legale.
Esistono è vero tanti casi di matrimonio di convenienza come lo sposarsi solo per lasciare la pensione (spesso alla badante).
Esiste poi anche chi - per non perdere la pensione - si sposa al contrario solo in chiesa.
Un matrimonio del genere è quindi moralmente illecito ma qualche profilo di nullità l'ha certamente.
 Come si fa a celebrare un matrimonio senza il bacio tra gli sposi?  :)
Ed il problema pratico? Come si fa a permettere che l'amico fedele di una vita possa ad esempio prendere le decisioni mediche o accedere liberamente in ospedale? Come si fa a dargli i diritti ereditari di un coniuge o di un parente stretto?
Non è vero che non si può fare nulla: si può fare quasi tutto (salvo i diritti alla legittima in successione ma non è detto) con un buon avvocato (ed eventualmente con un notaio per alcuni atti come una procura generale).
Per un altro caso in cui hanno agito i soliti furbi basterà leggere un'altra notizia Ansa (link alla notizia): due anziani coniugi sono stati denunciati perché al fine di percepire l'assegno sociale mensile (€ 700,00 mensili) avevano finto di essere separati.
E' anche auspicabile che il Parlamento si decida a creare una figura giuridica che risolva i problemi lamentati dalla coppia di novelli sposi, diversa dal matrimonio.

mercoledì 5 ottobre 2016

La moglie che convive con un'altra persona perde l'assegno divorzile? E se cessa la convivenza?

La convivenza si sta sempre di più equiparando al matrimonio.
Tuttavia, una differenza fondamentale - è bene ricordarlo ad evitare facili illusioni - è che mentre il matrimonio si prova con un semplice certificato anagrafico, per provare la convivenza stabile bisogna spesso ricorrere a testimoni e non è detto sia così facile.
Non basta infatti che due persone vivano in uno stesso appartamento. Occorre che ci sia una relazione stabile affettiva.
Tornando alla domanda del titolo è interessantissima una recente senza della sezione sesta della Cassazione Civile (19345 del 29 settembre 2016 - vedi il testo). 
La Cassazione è perfettamente in linea con la nuova normativa sulla convivenza e con il cambiamento del costume sociale.
Ha stabilito che l'assegno di mantenimento cessa se l'ex coniuge va a vivere stabilmente con un'altra persona. In pratica è come se si sposasse di nuovo.
La Suprema Corte ha motivato affermando che l'instaurare una nuova famiglia (fromalmente con un matrimonio o di fatto) elimina ogni collegamento con il precedente matrimonio e con il tenore di vita che lo caratterizzava.
Di conseguenza fa venire meno "ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile".
Si afferma anche che la famiglia di fatto è "una scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l’assunzione piena del rischio di una cessazione del rapporto e quindi esclude ogni residua solidarietà post-matrimoniale con l’altro coniuge, il quale deve considerarsi ormai definitivamente esonerato dall’obbligo di corrispondere l’assegno divorzile“.  
In altri termini, se uno fa la scelta di una convivenza stabile ed affettivamente con le caratteristiche del matrimonio, fa una scelta seria e - sotto questo specifico profilo - irrevocabile. Se la convivenza finisce non potrà quindi più tornare a chiedere l'assegno di mantenimento all'ex coniuge.

venerdì 30 settembre 2016

Adeguamento ISTAT assegno mantenimento di agosto, giugno e luglio 2016

Riportiamo di seguito i coefficienti per adeguare l'assegno di mantenimento per i mesi di giugno, luglio, agosto 2016.

Agosto 2016 - 0,1 

Luglio 2016 - 0,1

Giugno 2016 - 0,3.

Questi indici, pubblicati dall'ISTAT. Si applicano per calcolare l'aumento - riduzione dell'assegno nei casi in cui lo stesso decorra dal rispettivo mese (ad esempio, usare agosto se decorre da agosto). Per decorrenza si intende la data dell'udienza presidenziale di separazione o quella indicata in sentenza, di separazione, divorzio o altro, per la il pagamento del primo assegno.

Gli indici si usano in questo modo.

La variazione del mese di agosto 2016 rispetto a agosto 2015 è -  0,4 %.  Per l'assegno di mantenimento (a differenza che per le locazioni, la percentuale va calcolata per intero).

Se un assegno di mantenimento era ad agosto 2015 di € 1.000, ad agosto 2016 diventa (€ 1000/100*99,7 (cioè 100-0,3)) € 997.

Per fare calcoli più veloci (anche per più anni precedenti) si può usare il foglio di calcolo in fondo a questa pagina. 

I dati sono comunque ricavabili (con qualche difficoltà) dal sito www.istat.it. Bisognerà cercare i dati dell'indice dei prezzi dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati.


Anche i conviventi possono assistere i malati con la 104! Sentenza Corte Costituzionale 213/2016.

Con questo post siamo un pò al di fuori dei temi consueti di questo blog; è però una notizia di notevole importanza che do volentieri.
Una legge fondamentale a tutela degli invalidi e della loro assistenza da parte dei familiari è la ben conosciuta legge 104 (rectius legge 104 / 1992).
Il suo art. 33 comma 3° escude il convivente dai soggetti che hanno diritto a permessi e retribuzioni. Era questa una notevole disparità di trattamente tra convivente e coniuge (ed altri familiari stretti).
Nella mia esperienza ho visto conviventi sposarsi solo per avere la possibilità di assistere la persona amata colpita da un tumore o da altre gravi malattie.
Ora tutto questo è stato superato con la sentenza 213 del 23 settembre 2016 della Corte Costituzionale (testo integrale sentenza).
Il convivente è stato quindi equiparato al coniuge anche sotto questo aspetto.
Trascrivo qui la parte saliente della lunga e motivata sentenza. Basterà leggerla per intero per avere un esempio del groviglio di leggi in cui si annaspa in Italia.

"... se tale è la ratio legis della norma in esame, è irragionevole che nell'elencazione dei soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito ivi disciplinato, non sia incluso il convivente della persona con handicap in situazione di gravità. L'art. 3 Cost. va qui invocato, dunque, non per la sua portata eguagliatrice, restando comunque diversificata la condizione del coniuge da quella del convivente, ma per la contraddittorietà logica della esclusione del convivente dalla previsione di una norma che intende tutelare il diritto alla salute psico-fisica del disabile (v. sia pure per profili diversi, la sentenza n. 404 del 1988). E ciò in particolare ma non solo nei casi in cui la convivenza si fondi su una relazione affettiva, tipica del "rapporto familiare", nell'ambito della platea dei valori solidaristici postulati dalle "aggregazioni" cui fa riferimento l'art. 2 Cost. Questa Corte ha, infatti, più volte affermato che la distinta considerazione costituzionale della convivenza e del rapporto coniugale non esclude la comparabilità delle discipline riguardanti aspetti particolari dell'una e dell'altro che possano presentare analogie ai fini del controllo di ragionevolezza a norma dell'art. 3 Cost. (sentenze n. 416 e n. 8 del 1996; ordinanza n. 121 del 2004). In questo caso l'elemento unificante tra le due situazioni è dato proprio dall'esigenza di tutelare il diritto alla salute psico-fisica del disabile grave, nella sua accezione più ampia, collocabile tra i diritti inviolabili dell'uomo ex art. 2 Cost. D'altra parte, ove così non fosse, il diritto costituzionalmente presidiato del portatore di handicap di ricevere assistenza nell'ambito della sua comunità di vita, verrebbe ad essere irragionevolmente compresso, non in ragione di una obiettiva carenza di soggetti portatori di un rapporto qualificato sul piano affettivo, ma in funzione di un dato "normativo" rappresentato dal mero rapporto di parentela o di coniugio. 3.5. Se, dunque, l'art. 3 Cost. è violato per la non ragionevolezza della norma censurata, gli artt. 2 e 32 Cost. lo sono, quanto al diritto fondamentale alla salute psico-fisica del disabile grave, sia come singolo che nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità. La norma in questione, nel non includere il convivente tra i soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito, vìola, quindi, gli invocati parametri costituzionali, risolvendosi in un inammissibile impedimento all'effettività dell'assistenza e dell'integrazione.
3.6. Il carattere residuale della fruizione dell'agevolazione in questione da parte del parente o affine entro il terzo grado, induce questa Corte ad includere il convivente tra i soggetti beneficiari, in via ordinaria, del permesso mensile retribuito (coniuge, parente o affine entro il secondo grado).
3.7. Va, pertanto, dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'art. 33, comma 3, della legge n. 104 del 1992, nella parte in cui non include il convivente tra i soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito per l'assistenza alla persona con handicap in situazione di gravità, in alternativa al coniuge, parente o affine entro il secondo grado."

venerdì 8 luglio 2016

Adeguamento ISTAT dell'assegno di mantenimento maggio 2016

L'ISTAT,  ha pubblicato gli indici per il mese di maggio 2016. Questo indice si applica per calcolare l'aumento dell'assegno nei casi in cui lo stesso decorra dal mese di maggio (la data dell'udienza presidenziale di separazione o quella indicata in sentenza, di separazione, divorzio o altro, per la decorrenza).

La variazione del mese di maggio 2016 rispetto a maggio 2015 è -  0,4 %.  Per l'assegno di mantenimento (a differenza che per le locazioni, la percentuale va calcolata per intero). In questo caso c'è stata una diminuizione dell'assegno.

  Questo significa che se un assegno di mantenimento era a aprile 2015 di € 1.000, a aprile 2016 diventa (€ 1000/100*99,6 (cioè 100-0,4)) € 996.

Per fare calcoli più veloci (anche per più anni precedenti) si può usare il foglio di calcolo in fondo a questa pagina. 

I dati sono comunque ricavabili (con qualche difficoltà) dal sito www.istat.it. Bisognerà cercare i dati dell'indice dei prezzi dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati.

venerdì 3 giugno 2016

Infedeltà: presunzione di colpa ma NON certezza di colpa.

Abbiamo già toccato altre volte l'argomento relativo all'importanza o meno dell'infedeltà per l'addebito della separazione.
Secondo la concezione comune, se si scopre l'infedeltà di un coniuge a questi va addebitata la separazione.
L'addebito della separazione ha una importanza fondamentale perchè il colpevole (per adoperare una vecchia terminologia solo per chiarezza) non ha diritto all'assegno di mantenimento ma solo agli alimenti in caso di bisogno.
Del resto la sola esistenza dell'infedeltà non significa che il "traditore/traditrice" sia il vero responsabile del fallimento del matrimonio.
Basterà ad esempio leggere questo mio post lei-non-vuole-fare-sesso-con-il-marito : in questo caso l'avere l'amante è stato in pratica considerato un diritto.
In questo particolare campo si è inserita la sentenza n. 10823 del 25 maggio 2016 (Cassazione, sezione I civile).
Per la Suprema Corte il dovere di fedeltà è un obbligo fondamentale stabilito dall'art. 143 c.c., come quello della coabitazione o quello di asssistenza.
La conseguenza di questo rilievo è che qualora sia accertata una infedeltà si presume - fino a prova contraria - che la colpa sia dell'infedele.
Questi potrà però superare questa presunzione dimostrando che c'è un fatto a monte della sua infedeltà che la giustifica o la rende irrilevante.
Per fare un altro esempio che senso avrebbe addebitare la separazione alla moglie che ha avuto una storia dopo anni di violenze?
E chi se la sentirebbe di condannare un coniuge che abbia discretamente dei rapporti fuorti dal matrimonio quando il marito / moglie non possa avere rapporti da anni magari per una malattia?
I casi possono essere infiniti e dovrà essere la prudenza del magistrato a stabilire o meno se quella particolare infedeltà sia stata tale da mettere in crisi definitiva quel matrimonio.


La conseguenza di questo rilievo è che in caso di infedentenza n. 10823 del 25 maggio 2016:
Sentenza n. 10823 del 25 maggio 2016: