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mercoledì 18 giugno 2014

Adeguamento istat maggio 2014 dell'assegno di mantenimento.

L'ISTAT, il 13 giugno 2014 ha pubblicato gli indici per il mese di maggio.
La variazione del mese di maggio 2014 rispetto a maggio 2013 è di +0,4 %.
Questo significa che se un assegno era a aprile 2013 di € 1.000, a aprile 2014 diventa (€ 1000/100*100,4) € 1.004,00.
In teoria quindi il costo della vita dovrebbe essere aumentato, in un anno, dello 0,4 %.
Per fare calcoli più veloci (anche per più anni precedenti) è comunque disponibile il foglio di calcolo in fondo a questa pagina.
I dati sono comunque ricavabili (con qualche difficoltà) dal sito www.istat.it . Bisognerà cercare i dati dell'indice dei prezzi dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati.

giovedì 5 giugno 2014

Il rancore dei giusti ed i danni della voglia di vendetta.

Ted Allbeury, “Gli insospettabili”, Mondadori, 14 ottobre 1990:
Nelle cause di divorzio, i clienti difficili sono le persone oneste che hanno poche o zero responsabilità nella rottura del matrimonio. I clienti facili sono uomini o donne irresponsabili o spregiudicati, amorali o immorali. Non rinunciano a nulla di veramente importante per loro. Vogliono solo uscirne. Raramente hanno rancori. Di solito si sono fatti una vita nuova. Nuovi rapporti. Sono contenti, perciò non creano difficoltà ne' a me, ne' agli ex coniugi. I casi difficili sono le persone corrette e leali che restano sconvolte e s'infuriano di fronte ai sotterfugi ed all'infedeltà di qualcuno che amavano. Una grossa parte del loro mondo è andata in fr4antumi. E' un disastro che non meritano e non riescono a capire come possa essere successo proprio a loro. Dicono di volere giustizia ma in realtà quello che vogliono è una vendetta. E sono loro gli unici ad uscirne sconfitti. Tensioni, frustrazioni,e un conto salato dall'avvocato.”
Questo è il brano di un romanzo e quello che parla è l'avvocato di un romanzo.
Eppure una parte di vero c'è sicuramente.

Anche se siamo giustificati, il rancore, la voglia di vendetta, ci procurano spesso solo ulteriori danni.
Gli avvocati scrupolosi lo sanno e quando consigliano la ricerca dell'accordo fanno i veri interessi del loro cliente.
Molto spesso però non vengono capiti perché l'odio ci impedisce di vedere la realtà.
Anche una causa su una cosa molto concreta come l'assegno di mantenimento può avere poco senso se è fatta solo per voglia di vendetta.

martedì 3 giugno 2014

Spetta l'assegno alla moglie che non si cerca il lavoro?

E' interessante la sentenza che ha deciso questo caso.
I coniugi, senza figli, si sono separati con addebito della separazione al marito.
La moglie è tornata a vivere con i genitori, definiti facoltosi.
Nei cinque anni successivi alla separazione risulta che la moglie non si sia cercata il lavoro.
La moglie è laureata in lingue (laurea che potrebbe garantire una facile occupazione), è ben inserita nell'ambiente sociale ed avrebbe quindi ottime opportunità di trovare lavoro. L'assenza dei figli la rende quindi anche libera di lavorare come voglia.
Sulla base di questa situazione, sia il Tribunale che la Corte d'Appello le hanno negato il diritto all'assegno.
La Corte di Cassazione (sentenza 12121/2004) le ha invece riconosciuto il diritto all'assegno.
Queste le parole usate dalla Suprema Corte:
 "Deve essere cassata la sentenza del giudice di merito che abbia negato il diritto della moglie a un assegno di mantenimento sul rilievo che questa, nel quinquennio successivo alla crisi coniugale, si sia sottratta all'impegno di cercare nuove fonti di reddito, nonostante la relativa facilità di reperirle, stanti l'ancora giovane età, le ottime condizioni di salute, la laurea in lingue, l'assenza di impegni familiari (per non aver avuto figli e per essere tornata a vivere nella facoltosa famiglia d'origine), il buon inserimento sociale. Nella specie, infatti, sussistono entrambi i presupposti essenziali dell'obbligo di mantenimento, ossia la non addebitabilità della separazione e la totale mancanza di redditi propri accertati, idonei a conservare il pur modesto, precedente tenore di vita e la inattività lavorativa del coniuge che richiede l'assegno può costituire circostanza idonea ad annullare l'altrui obbligo di versarlo solo se conseguente al rifiuto accertato di effettive e concrete, non meramente ipotetiche, opportunità di lavoro".
In pratica la Corte dice che non basta che la moglie abbia teoriche concrete possibilità di lavoro. Qualora dal punto di vista pratico ci siano i requisiti della mancanza di reddito, della situazione economica inferiore a quella del matrimonio,  la sproporzione di redditi con il marito, sussiste il diritto all'assegno. Secondo la Corte il coniuge per non farle avere l'assegno avrebbe dovuto dimostrare che concretamente la donna ha rifiutato delle offerte di lavoro.
Certamente qualcuno ha sottolineato che dal punto di vista pratico è difficile rifiutare delle offerte di lavoro se uno non le cerca. Probabilmente avrebbe dovuto attivarsi il marito per farle avere le offerte ma è improbabile se il marito non è titolare di un'azienda o non ha amici titolari di azienda.
Questo però è un'altro discorso che travalica la decisione della Cassazione.


sabato 31 maggio 2014

Spetta l'assegno di mantenimento al figlio specializzando in medicina?

 Il padre divorziato versa un assegno di mantenimento di € 450,00 mensili per la figlia. Questa è entrata in ospedale come specializzanda in medicina. Per questo òpercepisce un compenso di € 22.700,00 lordi annui.
Il padre ha ritenuto di non dover pagare l'assegno di mantenimento per la figlia. Il suo ragionamento era che la figlia percepoisce un reddito e che quindi non ha diritto all'assegno.
La Corte di Appello di Salerno.ha rigettato la domanda del padre: ha infatti ritenuto che il denaro percepito dalla figlia sia una borsa di studio e quindi non un reddito.

La Corte di Cassazione, con una recentissima sentenza, (11414 del 22 maggio 2014) ha invece accolto il ricorso del padre, revocando l'assegno. 
Per la Suprema Corte, la natura di tale attività (art. 40 d.lgs 368/1999) va considerata un impegno a tempo pieno che assicura anche la facoltà dell'esercizio della libera professione intramoenia. Rileva anche che tale lavoro è soggetto a regime fiscale e contributivo.
Di conseguenza l'assegno a carico del padre va revocato nel momento in cui il figlio raggiunga uno status di autosufficienza economica.

venerdì 30 maggio 2014

La moglie che rifiuta di passare da part time a full time perde l'assegno di mantenimento del coniuge?

Il caso esaminato dalla Cassazione è questo: la moglie, in sede di determinazione dell'assegno divorzile, ha chiesto il mantenimento dell'assegno di € 1.800,00 mensili.
Il marito aveva chiesto la riduzione dell'assegno sul presupposto che la moglie (dipendente di una azienda che fa parte del suo gruppo) aveva rifiutato il passaggio dall'impiego part time a full time.
In altre parole diceva che non era giusto che lui continuasse a pagare quando la moglie, lavorando un po' di più, tutto il giorno, avrebbe potuto guadagnare di più. 
La Cassazione (sent. 9660/2014 del 6.5.2014, sez. VI civile) ha deciso rigettando la richiesta dell'uomo.
Ci è arrivata attraverso un particolare percorso logico.
La prima considerazione (fondamentale) è che il regime economico  di separazione non vincola quello di divorzio (Cass. sent. 5140/2011).
Applicando al caso concreto, significa che il tribunale del divorzio non era obbligato a tenere come dato di partenza € 1.800,00 mensili (assegno di separazione). Se fosse stato così la soluzione sarebbe stata diversa.
La donna, rifiutando il lavoro a tempo pieno, ha in effetti perso un possibile reddito superiore. Supponendo che la differenza di reddito fosse di € 800, sarebbe logico detrarre tale parte dall'assegno di separazione che diventerebbe di € 1.000,00 (1.800 - 800).
Applicando invece il principio della Cassazione, il tribunale in sede di divorzio ha legittimamente ritenuto che - anche con il passaggio al lavoro a tempo pieno - la differenza di reddito sarebbe rimasta elevata.
Dovendo quindi mantenere il tenore di vita avuto durante il matrimonio, vista la fortissima sproporzione tra i redditi dei coniugi, è giustificato non tenere affatto conto dell'aumento reddito che la moglie avrebbe avuto accettando l'aumento di orario.
L'esame di questa sentenza è utile anche per chiarire che per capire cosa ha veramente deciso la Cassazione non basta un esame veloce della massima, occorre seguire tutte le argomentazioni concretamente seguite. In altri casi concreti, secondo gli stessi principi, la Cassazione avrebbe potuto prendere una decisione diversa. Non sarebbe infatti la stessa cosa in caso di sproporzione tra i redditi minore o comunque redditi dei coniugi minori nel complesso.



giovedì 29 maggio 2014

Va pagato l'assegno di mantenimento alla moglie iscritta in un albo professionale?


Il giudice che deve determinare l'assegno di mantenimento divorzile, deve tenere conto della capacità di procurarsi reddito del coniuge debole.
In questo senso può essere importante l'iscrizione del richiedente l'assegno in un albo professionale.
Se ad esempio il coniuge debole (generalmente la moglie ma non sempre) è iscritta un albo professionale, è un architetto, bisogna pagare lo stesso l'assegno di mantenimento?
Si potrebbe infatti sostenere che essendo un architetto può ben procurarsi un reddito.
La Cassazione, con la sentenza della sezione VI civile n. 9493 del 30.4.2014, ha risolto un caso simile.
La moglie ha l'abilitazione professionale come istruttore di scuola guida.
Il tribunale le ha riconosciuto un assegno e la Corte d'Appello l'aveva ridotto ad € 400,00 mensili.
Il marito aveva impugnato la sentenza sostenendo che essendo la moglie abilitata alla professione di istruttore di scuola guida, aveva una capacità reddituale e quindi non doveva percepire l'assegno di mantenimento.
La Cassazione ha rigettato l'impugnazione.
Ha infatti ritenuto che l'abilitazione professionale sia un dato "formale" e che al di là di questo la moglie fosse iscritta negli elenchi dell'UPLMO come disoccupata.
In altri termini non è detto che chi sia iscritto in un albo professionale debba automaticamente guadagnare.
Per di più lo stesso marito aveva ammesso che durante il matrimonio non aveva lavorato.
La conclusione è stata che un'abilitazione (per esteso l'iscrizione in un albo professionale) sia solo un dato formale / teorico e di per se' non possa impedire la percezione dell'assegno; questo a fronte di altri elementi dimostranti lo stato di bisogno del coniuge debole.

domenica 25 maggio 2014

La moglie ha diritto all'aumento dell'assegno anche se il marito ha diminuito il reddito? Valgono le proprietà immobiliari?



L'assegno di mantenimento del coniuge, in sede di separazione, deve tendere ad assicurare la coniuge lo stesso tenore di vita avuto durante il matrimonio.
In questa logica può non contare la diminuzione del reddito di uno dei coniugi.
La Cassazione ha emesso l'interessante sentenza n. 9658/2014 (sez. VI civile 6.5.2014).
Il marito era andato in pensione ed il suo reddito era gravemente diminuito.
La Corte d'Appello aveva determinato l'assegno mensile per moglie e figlia, nella misura di € 1.000,00 mensili.
Il marito aveva fatto ricorso in Cassazione,  sostenendo che l'assegno era eccessivo perchè la Corte d'Appello non avrebbe tenuto conto della diminuzione del suo reddito mensile.
La Cassazione ha confermato la sentenza precedente.
Secondo la Suprema Corte ha poca rilevanza il fatto che il reddito mensile del marito sia diminuito perchè egli è in possesso di notevoli proprietà immobiliari che potrebbe ben alienare in parte per mantenere moglie e figlia.
Si fa riferimento ad un palazzo del valore di € 76.300.000 e ad un terreno di € 8.600.000.
E' importante aver specificato il valore tenuto presente dalla Cassazione per non creare equivoci.
Non si potrebbe infatti, a parere dello scrivente, sostenere lo stesso quando si tratti di vendere un appartamento che è l'unica proprietà del resistente. 
Come altro spunto rilevo che colpisce come, in presenza di proprietà così ingenti, si discuta di un assegno di € 1.000,00 che appare quanto mai misero. 
Anche qui, senza riferimento al caso concreto, ci vorrebbe un equilibrio maggiore nell'affrontare i doveri derivanti da una separazione. Forse in questo caso sarebbe stata utile anche una mediazione familiare.

sabato 24 maggio 2014

Adeguamento ISTAT dell'assegno di mantenimento aprile 2014.

L'ISTAT, il 13 maggio 2014 ha pubblicato gli indici per il mese di aprile.
La variazione del mese di aprile 2014 rispetto a aprile 2013 è di +0,5 %.
Questo significa che se un assegno era a aprile 2013 di € 1.000, a aprile 2014 diventa (€ 1000/100*100,5) € 1.005,00.
In teoria quindi il costo della vita dovrebbe essere aumentato, in un anno, dello 0,5 %.
Per fare calcoli più veloci (anche per più anni precedenti) è comunque disponibile il foglio di calcolo in fondo a questa pagina.
I dati sono comunque ricavabili (con qualche difficoltà) dal sito www.istat.it . Bisognerà cercare i dati dell'indice dei prezzi dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati.

giovedì 22 maggio 2014

Ecco il testo del disegno di legge sul divorzio breve (2014).

Abbiamo già scritto che, in questi giorni, la Commissione Giustizia della Camera ha approvato un disegno di legge sul divorzio breve.
Di seguito metto il testo.
Ricordo che ora questa proposta dovrà essere approvata da entrambe le Camere; un disegno analogo è stato approvato nel 2012 ma è morto di consunzione.
La data prevista per la discussione è il 26 maggio ma ... è il giorno successivo le elezioni... 
Vedremo cosa accadrà.

Modifiche all'articolo 3 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, in materia di
presupposti per la domanda di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del
matrimonio.
C. 831 Amici, C. 892 Centemero, C. 1053 Moretti, C. 1288
Lello e C. 2200 Di Salvo.



PROPOSTA DI TESTO UNIFICATO
DEI RELATORI

8 aprile 2014

Disposizioni in materia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del
matrimonio nonché di comunione tra i coniugi

Art. 1.
 1. Al secondo capoverso della lettera b) del numero 2) del primo comma
dell'articolo 3 della legge 1o
 dicembre 1970, n. 898, e successive modificazioni, sono
apportate le seguenti modificazioni:
 a) al primo periodo le parole: «tre anni a far tempo dalla avvenuta
comparizione dei coniugi innanzi al presidente del Tribunale nella procedura di
separazione personale anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in
consensuale.» sono sostituite dalle seguenti: «dodici mesi dal deposito della domanda
di separazione.»;
b) dopo il primo periodo è inserito il seguente: «Nelle separazioni consensuali
dei coniugi, in assenza di figli minori, il termine di cui al periodo precedente è di
nove mesi».
Art. 2.
 1. All'articolo 191 del codice civile è aggiunto, in fine, il seguente comma:
 «Nel caso di separazione personale, la comunione tra i coniugi si scioglie nel
momento in cui, in sede di udienza presidenziale, il presidente autorizza i coniugi a
vivere separati».

Bonafede, C. 1938 Di

sabato 17 maggio 2014

Approvato dalla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati il divorzio breve. E' una bufala?

In questi giorni qualcuno suona la grancassa (anche a fini elettorali) perché la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati ha approvato il testo della legge sul divorzio c.d. breve.
In realtà il testo andrà poi approvato alla Camera. Da qui passerà al Senato e sarà discusso di nuovo.
Tanto per dare un'idea riporto sotto il testo del provvedimento che fu approvato nel 2012. Dal 2012 è rimasto lettera morta fino ad ora (2014) ma invece di andare avanti in pratica si è allo stesso punto.
Per quello che riguarda la durata, il nuovo testo prevede un anno invece che due come durata massima; è stato infatti abolito il riferimento ai figli minori.
Si è detto che l'abolizione è stata fatta per tutelare la parità dei figli. E' una bufala perché è di prima evidenza che (al di la della scelta legislativa) un bambino di 4 anni è diverso ed ha esigenze diverse rispetto ad un adulto di 30 anni...
Vedremo  che combineranno questa volta...
Chiudo riportando il commento fatto da un separato:"mi auguro che facciano

presto...non ce la faccio più... separato dal 2009, schiacciato dalla malagiustizia, denunciato falsamente di violenza in famiglia... BASTAAAAAAA voglio vivere... lo Stato mi sta uccidendo obbligandomi a mantenere una donna che ha abbandonato figli e casa..."
Con il divorzio "breve" nulla cambierà in situazioni come questa.

Riportiamo il testo del provvedimento del 2012 perchè non è ancora disponibile quello attuale.
Camera dei Deputati, Commissione Giustizia, proposta di legge 29 marzo 2012, n. C. 749-1556-2325-3248-A


TESTO
unificato della Commissione
Modifiche all'articolo 191 del codice civile e all'articolo 3 della legge 1o dicembre 1970, n. 898, in materia di scioglimento del matrimonio e della comunione tra i coniugiTesto in discussione alla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati dal 21 maggio 2012
Art. 1.
1. Al secondo capoverso della lettera b) del numero 2) del primo comma dell'articolo 3 dellalegge 1° dicembre 1970, n. 898, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:
          a) al primo periodo le parole: «tre anni» sono sostituite dalle seguenti: «un anno»;
          b) dopo il primo periodo è inserito il seguente: «In caso di presenza di figli minori, il termine di cui al periodo precedente è di due anni».
Art. 2.
1. All'articolo 191 del codice civile è aggiunto, in fine, il seguente comma: «Nel caso di separazione personale, la comunione tra i coniugi si scioglie nel momento in cui, in sede di udienza presidenziale, il presidente autorizza i coniugi a vivere separati».

lunedì 12 maggio 2014

Negato l'adeguamento dell'assegno di mantenimento al marito affetto da sclerosi multipla.

Una recente sentenza della Cassazione (4416 del 25.2.2014) ha deciso un caso emblematico.
Al di là della decisione concreta, da degli spunti importanti per altre situazioni. Vediamola.
Il marito ha agito chiedendo l'aumento dell'assegno di mantenimento.
Lo chiedeva perché affetto da sclerosi multipla e perché le sue condizioni si sarebbero aggravate dopo la separazione; l'aggravamento non gli avrebbe consentito di svolgere la professione medica, con conseguente sua forte riduzione reddito. Nello stesso tempo, a causa della malattia e di necessità di cure, i suoi bisogni economici sarebbero cresciuti.
La moglie, farmacista, ha controdedotto che anche la sua attività dava un reddito minore.
La Cassazione ha negato l'aumento (seguendo la Corte d'Appello).
C'è quindi chi ha interpretato la sentenza senza coglierne le sfumature.
Invero la Cassazione ha notato che la malattia era stata già segnalata in corso di separazione.
Sembra quindi che abbia negato l'aumento perché la malattia esisteva già e quindi non era il caso di modificare l'assegno visto che la sua esistenza aveva concorso a determinarlo.
In realtà non è esattamente così. 
La Cassazione ha respinto la domanda perché il ricorrente si era limitato a dire che aveva la sclerosi e che era peggiorata; lo aveva fatto senza dimostrare analiticamente il suo peggioramento e come questo peggioramento avesse inciso nelle sue condizioni di vita ed economiche.
Leggiamo le parole usate:
" Il ricorso appare privo di autosufficienza sia in ordine alla rappresentazione della, pretesamente, non valutata novità dei fatti legittimanti la revisione delle condizioni della separazione sia relativamente alla loro incidenza sulle condizioni economiche del ricorrente il quale non ha in alcun modo specificato in che modo il processo degenerativo abbia inciso sulle condizioni economiche esistenti al momento della separazione consensuale sia sotto il profilo della riduzione del reddito derivante dalla sua attività lavorativa sia sotto il profilo dell'incremento delle spese sostenute a causa della malattia. Su tali presupposti la richiesta di revisione assume il contenuto di una richiesta di rideterminazione pura e semplice dell'assegno di mantenimento e come tale essa deve considerarsi inammissibile."
Di conseguenza, rimane fermo il principio per cui il peggioramento di una malattia già denunciata all'epoca della separazione può costituire motivo per la modifica dell'assegno, a condizione che le condizioni di vita ed economiche siano concretamente peggiorate e che questo sia determinato.
Non basta in altri termini che una grave malattia come la sclerosi multipla abbia in generale un decorso sempre peggiorativo. Bisogna riferirsi al caso concreto.
Da questo "errore" del medico si possono ricavare utili insegnamenti.
Il primo è che qualora si presenti una situazione del genere occorrerà documentarla bene in sede di separazione, in modo tale che costituisca un punto fermo.
Il secondo è che in caso di richiesta di modifica di un assegno di mantenimento, bisognerà sempre essere molto precisi sia nell'indicare il cambiamento avvenuto (fatto nuovo o modifica di fatto esistente).
E' molto pericoloso sperare che un Magistrato (sia esso Tribunale o Cassazione) possa capire una situazione grave come quella della sclerosi multipla guardando al di là delle carte processuali.




venerdì 9 maggio 2014

Basta la ripresa della convivenza per far cessare l'assegno di mantenimento?

Per l'art. 157 del codice civile (riportato sotto) i coniugi separati possono far cessare lo stato di separazione con un apposito accordo o "con un comportamento non equivoco che sia incompatibile con lo stato di separazione".
Si ritiene quindi comunemente che basti "rimettersi insieme" per far cessare la separazione. Di fatto non basta avere magari rapporti sessuali o stare insieme durante una vacanza, ad esempio. Occorre che ci sia un vero e proprio riprendere concordemente lo stato matrimoniale, sotto tutti gli aspetti.
In questo senso non sono validi ne' la semplice ripresa della convivenza, nè un mero "tentativo" durato pochi giorni.
La Cassazione (9492/2014 sez. VI civile,  del 30/4/2014 ) ha specificato che ove si affermi che la separazione è cessata ex art. 157 bisogna provare non solo la ripresa della convivenza ma anche la "ricostituzione del consortium vitae" tra i coniugi, vale a dire che intendono di nuovo fare vita in
comune, come coppia sposata.
Per la stessa sentenza non fa nemmeno cessare gli effetti della separazione un "esperimento" di ripresa del matrimonio.
Da questo, considerato che le eccezioni ex art. 157 c.c. possono far l'altare il diritto all'assegno di mantenimento, è opportuno che ripresa della convivenza o esperimenti o altro siano consacrati in scritture private redatte da un avvocato. Si potrà così cristallizzare a futura prova che cosa effettivamente si sta facendo e cosa non si sta facendo.
Art. 157 del codice civile.
"Cessazione degli effetti della separazione.
I coniugi possono di comune accordo far cessare gli effetti della sentenza di separazione, senza che sia necessario l'intervento del giudice, con una espressa dichiarazione o con un comportamento non equivoco che sia incompatibile con lo stato di separazione.
La separazione può essere pronunziata nuovamente soltanto in relazione a fatti e comportamenti intervenuti dopo la riconciliazione."

Addebito della separazione e cessazione assegno mantenimento. Quando uno è colpevole?

L'addebito della separazione ha per effetto l'impossibilità di percepire un assegno di mantenimento.
Il far "addebitare" il fallimento della propria separazione ha quindi una importanza anche economica, non solo orale.
Una ulteriore conseguenza dell'addebito è anche l'impossibilità di ereditare  dal coniuge non colpevole (come se si fosse già divorziati).
Dal punto di vista "economico" bisognerà valutare con il proprio legale, caso per caso, quando convenga questa procedura.
I comportamenti che possono causare l'addebito sono in linea generale quelli contrari ai doveri stabilit nell'art. 143 c.c.Si tratta dell'obbligo di fedeltà, asssistenza morale e materiale, collaborazione, coabitazione, contributo economico.
Comportamenti come il non vivcere insieme, il maltrattare, il tradire il coniuge, il far mancare i mezzi di sostentamento o la collaborazione materiale, possono far addebitare la separazione.
Ilo tradire è certamente causa di addebito, come lo è picchiare il coniuge.
La giurispruidenza ha però stabilito  un punto fondamentale: il Giudice dovrà valutare se il comportamento "trasgressivo" è intervenuto quando esisteva una situazione di tollerabilità della convivenza o meno.
Su questa linea le sentenze della Cassazione civile n. 8862/2012, 21245/2010 ed altre.
Per questo sarà lecito avere una relazione con un'altra persona quando non esistano rapporti sessuali da anni o magari il coniuge abbia a sua volta da tempo una relazione.
Non è nemmeno causa di addebito l'allontanarsi dalla casa coniugale quando non ci sia una serena ed appaganete intesa sessuale (Cass. civile sentenza 8773 del 31 maggio 2012).
In sostanza potranno anche ssere valutati comportamenti meno appariscenti come il mantenere la casa in disordine o i figli trascurati nel vetsire e nel mangiare o simili.
La Cassazione infatti fissaa dei principi generali che le corti di merito (Tribunale Corte d'Appello) dovranno poi applicare ai casi concreti.



domenica 4 maggio 2014

Che cosa è l'assegno di mantenimento negli ordini di protezione familiare?

La legge 154 del 2001 ha introdotto gli ordini di protezione familiare che prevedono anche un assegno di mantenimento.
In sintesi quando si verifichino comportamenti di abuso, maltrattamenti violenze a carico di un componente la famiglia (intesa in modo molto ampio, anche di fatto) la vittima si può risolvere al tribunale in modo semplice e veloce (in una prima fase anche senza avvocato).
Il giudice, ai sensi dell'art. 342 ter c.p.c. può emettere gli ordini di protezione.
Ordina al persecutore di cessare il suo comportamento dannoso e gli può ordinare di allontanarsi dal domicilio familiare e di non avvicinarsi ai luoghi frequentati dalla vittima.
Qualora a seguito di questo allontanamento la vittima ed il gruppo familiare vengano a trovarsi senza mezzo di sostentamento, il tribunale può ordinare che il persecutore versi un assegno di mantenimento; può ordinare anche che l'assegno di mantenimento sia versato dal datore di lavoro direttamente alla vittime. 
Questo assegno di mantenimento è simile a quello previsto in caso di separazione e divorzio.
La prima diversità è sotto l'aspetto temporale.
Questo assegno è previsto solo per la durata dell'ordine, quindi massimo un anno (anche se prorogabile per ragioni di particolare gravità). L'anno decorre dal giorno di esecuzione dell'ordine di protezione.
La logica di questo durata temporale è che in un anno la vittima può attivarsi per ricorrere a forma di tutela, anche economiche, ordinarie.
Invece in caso di separazione o divorzio, in caso di mancate modifiche, l'assegno è per sempre.
La seconda grossa differenza è che questo tipo di assegno può essere erogato anche per convivenze di fatto, anche omosessuali o a tutela di soggetti diversi da coniuge o figli (purché vittime) come i nonni, fratelli, cognati o altri conviventi maltrattati. 
Il primo ricorso si può presentare senza avvocato e questa è una ulteriore facilitazione - semplificazione.

sabato 3 maggio 2014

Se si è in comunione ci si può intestare da soli un immobile? Come?


Se si è in comunione legale dei beni è possibile intestarsi in modo esclusivo la proprietà di un immobile o bene mobile registrato?

Per bene mobile registrato si intende ad esempio un'automobile perché la sua proprietà risulta da pubblici registri.
Tale possibilità sembra in contrasto con le norme sulla comunione dei beni.
E' possibile ad una serie di condizioni.
L'art. 179 c.c. prevede che si possano acquistare beni immobili o mobili registrati, escludendoli dalla comunione. Rimarranno quindi di esclusiva proprietà di uno solo dei coniugi.
Occorre però che all'atto partecipi l'altro coniuge e che dichiari espressamente che tali beni sono di proprietà esclusiva dell'altro, per essere ad esempio beni necessari al suo lavoro, acquistati con i proventi di un'eredità o altro.
Ovviamente, in pratica, sono sorti molti problemi di interpretazione.
Che cosa accade per esempio quando un bene è peronale nella realtà (perché serve esclusivamente al lavoro di un coniuge) ma l'altro non partecipa all'atto? L'altro potrà sempre impugnare l'atto soprattutto per la sua assenza alla stipula.

La soluzione tecnicamente migliore è quella di iniziare un giudizio contro il coniuge che non vuole partecipare all'atto per ottenere che il Giudice dichiari che si tratti di un bene personale. poi con la sentenza si potrà andare dal notaio. Con i tempi della giustizia è una soluzione molto molto teorica... Soluzioni diverse potranno essere cercate nel caso concreto e questo è il compito dell'avvocato.

Per dare un'idea riportiamo sentenze, anche tra loro discordanti, sul tema (Cass. 8 febbraio 1993 n. 1556, Cass. 24 settembre 2004 n. 19250, Corte di Cassazione,  Sezione Unite, 28 ottobre 2009 n. 22755).
Di seguito trascriviamo l'art. 179 codice civile. 
Articolo 179. Non costituiscono oggetto della comunione e sono beni personali del coniuge:
a) i beni di cui, prima del matrimonio, il coniuge era proprietario o rispetto ai quali era titolare di un diritto reale di godimento;
b) i beni acquisiti successivamente al matrimonio per effetto di donazione o successione, quando nell’atto di liberalità o nel testamento non è specificato che essi sono attribuiti alla comunione;
c) i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge ed i loro accessori;
d) i beni che servono all’esercizio della professione del coniuge, tranne quelli destinati alla conduzione di un’azienda facente parte della comunione;

e) i beni ottenuti a titolo di risarcimento del danno nonché la pensione attinente alla perdita parziale o totale della capacità lavorativa;
f) i beni acquisiti con il prezzo del trasferimento dei beni personali sopraelencati o col loro scambio, purché ciò sia espressamente dichiarato all’atto dell’acquisto (2647).
L’acquisto di beni immobili, o di beni mobili elencati nell’Articolo 2683, effettuato dopo il matrimonio, è escluso dalla comunione, ai sensi delle lett. c), d) ed f) del precedente comma, quando tale esclusione risulti dall’atto di acquisto se di esso sia stato parte anche l’altro coniuge.

giovedì 1 maggio 2014

Assegno di mantenimento per il coniuge si riduce se il marito ha un altro figlio?

Un caso frequente è quello del coniuge che dopo il divorzio si sposa di nuovo ed ha un altro figlio. Che cosa accade all'assegno di mantenimento per il il coniuge (spesso la moglie)?
La Cassazione si è occupata da poco di un caso del genere. 
Vediamo cosa ha deciso con la sentenza 6289 del 19.3.2014.
Il tribunale di Viterbo aveva esaminato il caso di due coniugi che si erano separati dopo otto anni ma la separazione di fatto c'era stata dopo quattro. Aveva quindi stabilito un assegno di € 200,00 mensili.
La Corte d'Appello di Roma, aveva ridotto l'assegno ad € 100,00.
La moglie è proprietaria dell'appartamento dove  vive ma è disoccupata, pur essendo parrucchiera e conoscendo bene due lingue.
Il marito dopo il divorzio si è sposato di nuovo ed ha avuto un nuovo figlio.
Per questo chiedeva che l'assegno di € 200,00 mensili stabilito per la moglie fosse revocato. La sua tesi è che per la nascita del nuovo figlio le sue possibilità economiche si sono di nuovo ridotte.
Il figlio avuto dal primo matrimonio, pur essendo affidato congiuntamente, vive con il padre.
La Corte d'Appello di Roma gli aveva dato sostanzialmente ragione, comparando di nuovo la situazione economica degli ex coniugi e rilevando che la ex moglie, per la sua qualifica professionale, conoscenza di due lingue e gioventù, poteva ben trovarsi un altro lavoro.
La Cassazione ha ragionato affermando che la nascita di un nuovo figlio è un fatto che automaticamente non può determinare la riduzione dell'assegno divorzile per l'ex coniuge. Si tratta infatti di vedere concretamente in che modo tale nascita abbia influito economicamente.
Tanto per fare un esempio, se Berlusconi avesse un nuovo figlio non sarebbe facilmente sostenibile che la nascita gli un nuovo figlio non gli permette più di pagare un assegno a Veronica Lario...
Di conseguenza la Cassazione, ritenendo però possibile che la nuova situazione abbia ridotto le possibilità dell'uomo, ha rinviato gli atti alla Corte d'Appello: questa dovrà eliminare l'assegno per il coniuge qualora concretamente la nuova nascita abbia ridotto il reddito dell'ex marito - in riferimento alla capacità reddituale della moglie.
Riportiamo le parole della Cassazione (6289/2014):" ... il giudice deve verificare se si determini un effettivo depauperamento delle sue sostanze in vista di una rinnovata valutazione comparativa della situazione delle parti, salvo che la complessiva situazione patrimoniale dell'obbligato sia di tale consistenza da rendere irrilevanti i nuovi oneri (Cass. civ., sent. n. 4551 del 2012, n. 25010 del 2007).
Se, quindi, la costituzione di una nuova famiglia non rappresenta un automatico presupposto che impone la rideterminazione dell'assegno di mantenimento, è altrettanto errato ritenere che il sistema normativo si basi su una considerazione di non necessarietà della scelta del coniuge obbligato. Al contrario, il diritto alla costituzione della famiglia è un diritto fondamentale anche nel contesto costituzionale e sovranazionale della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo del 1950 (art. 12), e come tale è riconosciuto anche dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea (art. 9), senza che sia possibile considerare il divorzio come limite oltre il quale tale diritto è destinato a degradare al livello di mera scelta individuale non necessaria."

mercoledì 30 aprile 2014

Adeguamento ISTAT assegno mantenimento di marzo

L'ISTAT, il 14 aprile ha pubblicato gli indici per il mese di marzo.
La variazione del mese di marzo 2014 rispetto a marzo 2013 è di +0,3 %.
Questo significa che se un assegno era a marzo 2013 di € 1.000, a marzo 2014 diventa (€ 1000/100*100,3) € 1.003,00.
In teoria quindi il costo della vita dovrebbe essere aumentato, in un anno, dello 0,3 %.
Per semplificare i calcoli (anche relativi a più anni) è comunque disponibile il foglio di calcolo in fondo a questa pagina.
I dati sono comunque ricavabili (con qualche difficoltà) dal sito www.istat.it . Bisognerà cercare i dati dell'indice dei prezzi dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati.

domenica 27 aprile 2014

L'adeguamento istat dell'assegno di mantenimento scatta solo se è richiesto? La prescrizione?

Per l'assegno di mantenimento nel divorzio è previsto che ci sia sempre l'adeguamento ISTAT automatico.
La giurisprudenza ha ritenuto pacificamente che la stessa norma sia applicabile anche in caso di separazione.
Il dubbio che assale molto persone è se sia possibile chiedere l'adeguamento ISTAT di anni precedenti quando non lo si è mai fatto prima.
E' infatti comune che l'adeguamento sia chiesto solo al momento del divorzio, dopo tre anni o più dalla separazione.
In genere si pensa ci sia un parallelo con le norme sulla locazione per le quali l'adeguamento va applicato dal momento della richiesta.
Nel caso dell'assegno di mantenimento per separazione o divorzio, l'adeguamento opera invece automaticamente a prescindere dalla precedente richiesta.
L'unica norma "contenitiva" è quella sulla prescrizione breve ex art. 2948, n. 4, del codice civile sui ratei; sono infatti somme che devono essere pagate periodicamente in termini inferiori all'anno.
Si è tentato di contestare questa interpretazione rilevando che sono somme dovute in base a sentenza e quindi sarebbe applicabile la prescrizione decennale ex art. 2953 c.c. per le somme dovute in base a sentenza.
La Cassazione (Sez. I civile, 1.6.2010, n. 13414) ha ritenuto che la sentenza sia fonte per l'esazione periodica  e titolo esecutivo per i singoli ratei; nello stesso tempo non costituisce giudicato sul fatto che siano dovute le singole rate "tenuto conto della particolare struttura delle obbligazioni in questione".
Ricordiamo che la prescrizione si può interrompere (e ricomincia a correre di nuovo per cinque anni o per il periodo di legge) con una semplice lettera raccomandata in cui si chiede il pagamento e (per maggior certezza) si specifica che si interrompe espressamente il corso della prescrizione.

giovedì 24 aprile 2014

Il tradimento sessuale è sempre causa di addebito?

Le cause per addebito della separazione spesso sono fatte al fine di far perdere al coniuge il diritto all'assegno di mantenimento.
Hanno quindi una loro importanza che non è solo morale.
Normalmente si pensa che basti dimostrare che la moglie (ad esempio) ha tradito sessualmente per farle perdere l'assegno.
Di fatto le cose non stanno così.
Esiste certamente un orientamento sociale e giurisprudenziale che considera il tradimento sessuale la forma più grave di colpa.
Non è però tutto qui. La realtà è molto più articolata
E' più grave  il comportamento della moglie che intraprende la relazione con un altro uomo o quello del marito che (pur non tradendola) l'ha picchiata ed insultata per anni? 
E' ammissibile che un coniuge abbia una relazione dopo che ha saputo che la moglie / marito lo/la tradisce  da anni?
La separazione va addebitata al marito per una relazione recente o alla moglie che per anni ha rifiutato i rapporti sessuali e lo ha trascurato anche sotto altri aspetti?
Non esistono nella realtà comportamenti che in astratto possono essere considerati peggiori di altri. Questo vale anche per il tradimento sessuale.
Ho scritto del tradimento sessuale ma anche quello "platonico" potrebbe avere la sua importanza.
Il Tribunale dovrà valutare, caso per caso, i singoli comportamenti e la lor
o incidenza concreta nel fallimento del matrimonio.
La Cassazione, ad esempio, con la recente sentenza 7998 del 4 aprile 2014,    ha stabilito che di per sé né i tradimenti della moglie, nè il fatto che il marito aveva trascurato i suoi doveri, fossero cause di addebito. Ha infatti mandato gli atti alla Corte di Appello perchè esaminasse concretamente la situazione e vedesse le incidenze reali del comportamento di ciascuno nel fallimento del matrimonio.





Importanza della confessione del "traditore", anche ai fini dell'assegno di mantenimento. Un caso, una sentenza.

L'addebito della separazione può avere conseguenze sull'assegno di mantenimento:  il coniuge "colpevole" perde il diritto all'assegno stesso.
Tra le fonti di prova che possono dimostrare i comportamenti contrari ai doveri matrimoniali, quei comportamenti che possono far addebitare la separazione, ci sono certamente le lettere.
La Cassazione si è occupata di un caso emblematico, con la recentissima sentenza n. 7998 del 4 aprile 2014.
Il marito sosteneva che la separazione dovesse essere addebitata alla moglie per le sue continue infedeltà.
La moglie sosteneva che il comportamento che aveva provocato il fallimento del matrimonio era quello del marito; a sostegno della sua tesi portava una lettera nella quale il marito si scusava con lei. Il marito ammetteva per iscritto di aver trascurato la moglie e la famiglia.
Il Tribunale aveva dato ragione al marito decidendo che le infedeltà della donna avevano fatto fallire il matrimonio. La donna proponeva appello e la Corte d'Appello le dava ragione: la separazione era quindi addebitata al marito.
Infine la Corte di Cassazione argomentava che la sola ammissione contenuta nella lettera dell'uomo non era di per se' prova del comportamento negativo. Rilevava anche che dopo la lettera la coppia aveva deciso di adottare un bambino e quindi aveva dimostrato una volontà tesa a mandare avanti il matrimonio.
La Cassazione non definiva il giudizio. Rinviava gli atti alla Corte di Appello, decidendo che questa avrebbe dovuto comparare i comportamenti negativi di moglie e marito per vedere quale effettivamente era stato la causa del fallimento del matrimonio.
In linea astratta non riteneva quindi che si potesse dare più importanza alle mancanze ammesse dal marito o ai tradimenti della moglie.

Calcolo dell'assegno di mantenimento. Ordinanza del tribunale di "Roma.

Abbiamo già scritto dei diversi metodi per quantificare esattamente il reddito dei coniugi, ai fini dell'esatta determinazione dell'assegno di mantenimento (coniuge e figli).
Il tribunale di Roma è solito chiedere una copiosa documentazione fin dalla prima udienza, quella presidenziale.
E' anche capitato che una ordinanza simile sia stata ripetuta nella prima udienza, dal giudice istruttore.
Leggiamo una ordinanza "tipo".
 "IL G.I.    ...

INVITA
le parti a depositare, unitamente alla seconda memoria istruttoria, ove non in atti, documentazione fiscale (Modelli Unico, 730, CUD e buste paga) e bancaria e/o postale (movimentazione conti correnti e conti titoli intestati alle parti, cointestati, ovvero intestati a terzi con delega di firma) a decorrere dall'anno 2012, oltre ad una dichiarazione sostitutiva di atto notorio, redatta nei modi ed ai sensi di cui al D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, ove andranno indicate le seguenti circostanze:
a) attività lavorativa e tutte le fonti di reddito (retribuzioni, redditi da lavoro autonomo, pensioni, canoni da locazione, ecc.);
b) redditi netti annui relativi agli ultimi tre anni e redditi netti mensili percepiti negli ultimi sei mesi;
c) proprietà immobiliari elencate singolarmente indicando la tipologia (abitazione, uffici, negozi, terreni edificabili, etc.), l'anno di acquisto, l'ubicazione, la superficie e la destinazione (se rimasti nella disponibilità, se abitati da componenti del nucleo familiare, se concessi in godimento a terzi e l'eventuale corrispettivo mensile); 
d) proprietà di beni mobili registrati, da elencare singolarmente indicando il tipo e l'anno di acquisto;
e) collaboratori domestici indicando la retribuzione corrisposta,
f) spese per mutui e finanziamenti con l'indicazione della rata mensile dovuta, dell'anno di erogazione e della durata, per canoni di locazione, per rette di iscrizione a circoli sportivi e/o ricreativi, iscrizione di figli a scuole od università private;
AVVISA
le parti che la falsità delle dichiarazioni rese è punita ai sensi dell'art. 76 del D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445, che l'omessa allegazione o la tardività del deposito e la lacunosità della dichiarazione saranno valutate quali argomenti di prova ai sensi del4"art.
116 c.p.c, e, qualora i coniugi abbiano figli minori, nella definizione del regime di affidamento, oltre che ai sensi dell'art. 709-ter c.p.c., in sede di regolamentazione delle spese processuali ed ai sensi dell'art. 96 c.p.c.;..."

Il termine "invita" può trarre in inganno perché in realtà il Giudice Istruttore "ordina" tanto è vero che alla mancata produzione possono collegarsi una serie di conseguenze.
La prima e la più grave è che il giudice può trarre elementi di prova proprio dalla mancata produzione della documentazione richiesta. Lo stesso se la documentazione è prodotta in ritardo o è "lacunosa".
Altra conseguenza possibile è quella della condanna al risarcimento nei confronti del minore ex art. 709 ter c.p.c.
Pur rimanendo sempre spazio a chi voglia imbrogliare, è evidente che i margini entro i quali si possono tenere comportamenti omissivi o fumosi si restringono notevolmente.

Se la famiglia è in stato di bisogno che può fare il Tribunale?


Interessante la normativa introdotta con l'art. 79-bis della legge 184/1983 (d.lgs. 154 del 2013).

Il Tribunale, quanto si trovi davanti ad una famiglia in pesanti condizioni di bisogno, può segnalare la situazione al Comune di competenza perché provveda ad un aiuto economico per la famiglia.
La cosa importante e qualificante  è che questo aiuto deve aiutare il minore nella famiglia. E' una ipotesi ben diversa da quella in cui il minore veniva allontanato dalla famiglia per l'impossibilità di questa di mantenerlo.
Una applicazione concreta viene dal Tribunale di Milano (sez. IX) che, in data 12.3.2014, ha così stabilito:
"  rilevato che, nel procedimento su indicato, e emerso che il nucleo familiare potrebbe versare in condizioni di effettiva indigenza, rispetto alle quali e opportuno che il Comune di residenza valuti se siano necessari interventi di sostegno per garantire alla prole di essere educata nell'ambito della propria famiglia;
rilevato, in particolare, che la madre, divorziata dal marito, abita con tre figli e deve accudirli da sola: il padre non ha occupazione e la madre percepisce, su sua dichiarazione, somme inferiori a 400,00 euro al mese ed abita in immobile in locazione con un canone di euro 800,00 al mese;
rilevato che non risulta se la situazione sia gia nota al Comune di riferimento,

PER QUESTI MOTIVI
SEGNALA il nucleo familiare (omissis). al Comune di Milano per quanto eventualmente di competenza."
Il problema concreto di questa legge è che il Comune potrebbe rispondere che non ha denaro a disposizione o dare un aiuto assolutamente insufficiente.
Insomma... è uno dei casi in cui per la normativa italiana si dovrebbero fare le nozze con i fichi secchi ...

venerdì 18 aprile 2014

In caso di convivenza si deve restituire quanto avuto?

In riferimento all'assegno di mantenimento ed ai rapporti derivanti dalla convivenza, abbiamo già scritto che la giurisprudenza sta progressivamente equiparando il rapporto tra due conviventi a due coniugi, sotto tanti aspetti.
Si è verificato il caso di due conviventi nel quale l'uomo aveva a più riprese versato sul conto corrente della donna ingenti somme. Al momento della rottura dei rapporti, l'uomo ha chiesto la restituzione di € 120.000.
La donna si è difesa sostenendo che il denaro le era stato dato per i normali rapporti affettivi e di solidarietà tra due persone che si vogliono bene e vivono insieme. Aggiungeva che, per seguire il compagno all'estero, aveva rinunciato ad un lavoro che le faceva guadagnare più di € 10.000 mensili.
Il tribunale e la corte d'appello hanno dato ragione all'uomo sostenendo che i doveri di solidarietà erano stati soddisfatti già offrendo alla donna alloggio e mantenimento giornaliero. Ritenevano anche che l'auto licenziamento della donna non avesse valore in quanto frutto di una libera scelta.
La Corte di Cassazione (sentenza 1277 del 22 gennaio 2014) ha deciso in modo completamente difforme, dando piena ragione alla donna.
Il sostegno economico tra due conviventi - ha ritenuto la Cassazione - è doveroso secondo la coscienza sociale nell'ambito di un rapporto consolidato, nel quale sono comprese la collaborazione e l'assistenza morale e materiale. La Cassazione ritiene che sostenere (come ha fatto la Corte d'Appello) che tutto si possa comprendere in vitto ed alloggio sia "infelice e mortificante".
Ha quindi stabilito che la donna non debba restituire i 120.000 € perché dati in adempimento dell'obbligazione naturale nascente dalla convivenza more uxorio. Nel caso specifico è poi da ritenere che la rilevanza degli importi versati sia anche in relazione con la perdita dell'ottimo impiego che aveva la donna ed al quale ha rinunciato proprio in virtù della convivenza e della necessità di coabitazione.
Ad evitare equivoci rileviamo che i rapporti di convivenza sono ancora ben distinti da quelli matrimoniali, se non altro perché nei primi si tratta di elaborazioni giurisprudenziali e nei secondi di ben consolidate leggi.
E' poi auspicabile che in caso di convivenza (in assenza di leggi statali o di registri presso il Comune) siano redatti degli accordi legali per disciplinare le varie evenienze, compresa la cessazione della convivenza. Si veda il precedente post assegno mantenimento per conviventi


lunedì 14 aprile 2014

Se si inizia una convivenza si perde l'assegno di mantenimento del coniuge?

Una vecchia fonte di doglianze si verifica quando il coniuge separato (o divorziato) va a vivere con un'altra persona.
Al disappunto derivante magari da un po' di gelosia (sempre dura a finire) si aggiunge l'aspetto tipicamente economico.
Se mia moglie ora vive con un altro per quale motivo dovrei mantenerla io?
Questa è la classica lamentela.
La giurisprudenza sosteneva che la nuova convivenza aveva valore solo se aveva riflessi economici.
La moglie, nel caso specifico, perdeva quindi l'assegno solo nel caso in cui dalla nuova convivenza le derivasse un sostegno economico tale da rendere superfluo l'assegno di mantenimento del coniuge.
La situazione era (ed è) diversa in caso di matrimonio: in questo caso l'assegno si perde comunque.
Tornando alla convivenza, la sentenza 17195 (Cassazione civile 11.8.2011) ha cambiato le carte in tavola.
Per i giudici della Suprema Corte si perde il diritto all'assegno in caso di stabile convivenza con una nuova persona.
É evidente che qui per convivenza si intende il vivere more uxorio, cioè come marito e moglie. Non avrebbe alcun valore di conseguenza il vivere nello stesso appartamento (anche se con persona di sesso diverso) per risparmiare sull'affitto.
Un aspetto che non è stato esaminato dalla sentenza (ma che è logicamente conseguente) è che può avere questo rilievo anche una convivenza omosessuale purché ci siano gli aspetti della stabilità e dell'affettività.
Questa sentenza è fondamentale perché, al di là della questione in se', è un ulteriore segno della parificazione della convivenza al matrimonio. in questo caso la convivenza viene parificata al matrimonio tanto è vero che si perde l'assegno anche se il nuovo compagno è in condizioni economiche tali da portare addirittura un peggioramento nella situazione del beneficiario dell'assegno.
Si cerca quindi di porre rimedio ad una situazione che appariva palesemente ingiusta.
Nei fatti poi l'assegno cesserà quando l'erogatore dell'assegno instaurerà un giudizio tendente a dimostrare la convivenza more uxorio. In qualche caso può essere oggettivamente difficile di fronte all'atteggiamento negatorio della controparte.
Ricordiamo che l'Italia è il paese dove tante coppie anziane si sposano solo religiosamente, al solo fine di non perdere il diritto alla pensione di reversibilità...
Quanto detto sopra non ha comunque nessun rilievo nei confronti dei figli. Rimane al genitore l'obbligo di provvedere ai loro bisogni. 

giovedì 10 aprile 2014

Si può agire con la sentenza di separazione subito per le spese straordinarie? O bisogna fare una nuova causa?

Capita frequentemente che il genitore obbligato non voglia pagare le spese straordinarie o qualcuna di esse.
La domanda che si fa frequentemente è se sia sufficiente la sentenza (o titolo equivalente) di separazione o divorzio per chiedere il pignoramento.
Se lo fosse infatti ci sarebbe il grosso vantaggio di poter procedere subito con la notifica del precetto ed il pignoramento.
Si tratterebbe di un notevole risparmio di tempo e denaro.
Purtroppo non è così.
La Cassazione civile, con la sentenza 2815 del 7 febbraio 2014, ha stabilito che la sentenza abbia valore di titolo esecutivo solo per quanto sia stato già definito nell'ammontare ma non per gli altri crediti.
Ha quindi valore esecutivo per l'assegno di mantenimento ma non per le spese straordinarie che sono del tutto indeterminate.
Se non si è ottenuto il pagamento delle spese straordinarie, bisognerà quindi affrontare una nuova causa (o procedimento per ingiunzione) che porti (dopo tempo e spese) ad una sentenza che stabilisca esattamente quale spesa straordinaria debba essere rimborsata.

Come si distinguono le spese straordinarie e quelle ordinarie comprese nell'assegno di mantenimento?

A parole sembra tutto semplice.
Normalissima la clausola in cui si stabilisce, in una separazione: "Il marito corrisponderà alla moglie il 50 % delle spese straordinarie per i figli."
E poi?
Che cosa sono esattamente queste spese?
Le spese del dentista per otturazione carie sono straordinarie?
Quelle per un apparecchio di ortodonzia lo sono?
I libri scolastici sono una spesa straordinaria?
La Cassazione civile, con la sentenza 2815 del 7 febbraio 2014, ha per ultimo parlato del problema (sotto l'aspetto della esecuzione).
Secondo la giurisprudenza, il criterio di fondo è che siano ordinarie le spese atte a soddisfare i bisogni quotidiani del figlio, mentre sono straordinarie quelle per eventi imprevedibili, eccezionali, non rientranti nelle consuete abitudini di vita del minore o relative a spese di notevole entità (rispetto il bilancio ordinario, situazione patrimoniale ed economica dei genitori) che non siano determinabili o quantificabili preventivamente.
Secondo questo criterio non rientrano certamente tra le straordinarie quelle per i libri di testo o per i quaderni. Devono quindi considerarsi comprese nell'ordinario assegno di mantenimento.
Per lo stesso criterio sono spese ordinarie quelle per le otturazioni delle carie o visite mediche di controllo.
E' anche discutibile che si possano qualificare come ordinarie quelle per apparecchi di ortodonzia visto che sono sostanzialmente prevedibili. In questo caso però sono state generalmente ritenute straordinarie dalla giurisprudenza (e questo è un ulteriore dato che dimostra quanto sia difficile, in molti casi,  sapere come ci si debba comportare per essere in regola).
Importante è poi che debbano essere di importo notevole rispetto la quotidianità.
In definitiva quindi le spese "straordinarie" sono molte di meno di quanto si pensi normalmente e nella prassi.

lunedì 7 aprile 2014

Avvocato e psicologo: una strana coppia?

Che c'entra uno psicologo con l'assegno di mantenimento o con le problematiche strettamente giuridiche di una separazione personale?
É facile immaginare che possa servire quando si tratta di affidamento dei figli ma non in questo caso.
Nel mondo degli affari, quando si litiga per lo più avviene per motivi strettamente economici. Paradossalmente è per questo che le grandi aziende privilegiano strumenti non giudiziari come gli arbitrati e le mediazioni.
Nel particolare contratto che è il matrimonio, il discorso è totalmente diverso.
Nella stragrande maggior  parte delle separazioni e dei divorzi, i problemi a monte sono psicologici,  problemi di aspettative tradite e bisogno emotivi non corrisposti.
Le liti sull'assegno spesso non sono reali in se' ma  sono effetto di queste problematiche.
Anche quando i problemi economici sono reali, il contenzioso emotivo tra le parti può essere tale da impedire serenamente di valutare insieme la situazione e cercare le soluzioni economiche opportune, valide per entrambi e sostenibili.
Da una parta ci può essere chi chiede un assegno elevato solo per danneggiare il coniuge; dall'altra chi rifiuta di pagare perché ha dimenticato di essere genitore e coniuge.
Gli avvocati da sempre hano cercato soluzioni transattive ma di fatto la loro particolare posizione lo rende difficile; non è raro vede coppie che non riescono a mettersi d'accordo per una differenza di € 50 - 100 mensili.

In questi casi, qualora ci siano gli spazi, è doveroso per l'avvocato segnalare la possibilità di un aiuto specifico da pare di uno psicologo o di un mediatore familiare.

Nello stesso tempo anche uno psicologo coscienzioso sa bene che esistono degli aspetti propriamente giuridici che non possono essere trascurati e sui quali è bene chiedere l'intervento del giurista.
Da un altro punto di vista, l'avvocato che abbia la collaborazione di uno psicologo ha una marcia in più.
Ovviamente un avvocato ha comunque il dovere, dopo aver dato il suo consiglio, di rispettare le decisioni del proprio cliente e combattere per il loro successo.