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venerdì 3 giugno 2016

Infedeltà: presunzione di colpa ma NON certezza di colpa.

Abbiamo già toccato altre volte l'argomento relativo all'importanza o meno dell'infedeltà per l'addebito della separazione.
Secondo la concezione comune, se si scopre l'infedeltà di un coniuge a questi va addebitata la separazione.
L'addebito della separazione ha una importanza fondamentale perchè il colpevole (per adoperare una vecchia terminologia solo per chiarezza) non ha diritto all'assegno di mantenimento ma solo agli alimenti in caso di bisogno.
Del resto la sola esistenza dell'infedeltà non significa che il "traditore/traditrice" sia il vero responsabile del fallimento del matrimonio.
Basterà ad esempio leggere questo mio post lei-non-vuole-fare-sesso-con-il-marito : in questo caso l'avere l'amante è stato in pratica considerato un diritto.
In questo particolare campo si è inserita la sentenza n. 10823 del 25 maggio 2016 (Cassazione, sezione I civile).
Per la Suprema Corte il dovere di fedeltà è un obbligo fondamentale stabilito dall'art. 143 c.c., come quello della coabitazione o quello di asssistenza.
La conseguenza di questo rilievo è che qualora sia accertata una infedeltà si presume - fino a prova contraria - che la colpa sia dell'infedele.
Questi potrà però superare questa presunzione dimostrando che c'è un fatto a monte della sua infedeltà che la giustifica o la rende irrilevante.
Per fare un altro esempio che senso avrebbe addebitare la separazione alla moglie che ha avuto una storia dopo anni di violenze?
E chi se la sentirebbe di condannare un coniuge che abbia discretamente dei rapporti fuorti dal matrimonio quando il marito / moglie non possa avere rapporti da anni magari per una malattia?
I casi possono essere infiniti e dovrà essere la prudenza del magistrato a stabilire o meno se quella particolare infedeltà sia stata tale da mettere in crisi definitiva quel matrimonio.


La conseguenza di questo rilievo è che in caso di infedentenza n. 10823 del 25 maggio 2016:
Sentenza n. 10823 del 25 maggio 2016:

giovedì 19 maggio 2016

Adeguamento ISTAT per il mese di aprile 2016

L'ISTAT,  ha pubblicato gli indici per il mese di aprile 2016. Questo indice si applica per calcolare l'aumento dell'assegno nei casi in cui lo stesso decorra dal mese di aprile (la data dell'udienza presidenziale di separazione o quella indicata in sentenza, di separazione, divorzio o altro, per la decorrenza).

La variazione del mese di aprile 2016 rispetto a aprile 2015 è -  0,4 %.  Per l'assegno di mantenimento (a differenza che per le locazioni, la percentuale va calcolata per intero).

  Questo significa che se un assegno di mantenimento era a aprile 2015 di € 1.000, a aprile 2016 diventa (€ 1000/100*99,6 (cioè 100-0,4)) € 996.

Per fare calcoli più veloci (anche per più anni precedenti) si può usare il foglio di calcolo in fondo a questa pagina. 

I dati sono comunque ricavabili (con qualche difficoltà) dal sito www.istat.it. Bisognerà cercare i dati dell'indice dei prezzi dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati.

L'influenza della durata "minima" del matrimonio sull'assegno divorzile. Spetta?

La legge prevede che l'assegno divorzile possa andare avanti per tutta la vita.
Certamente è un vincolo grave, per il solo fatto di essersi sposati. E' ancora più grave se si consideri che oggi il matrimonio nella maggior parte dei casi non è più "per sempre"; quanti conosciamo che sono al secondo matrimonio se non al terzo?
Era quindi normale che la Cassazione si occupasse più volte del problema.
Il concetto generale è che la durata della convivenza si rifletta sulla misura dell'assegno ma non sulla spettanza dello stesso (Cass. Civ.  11870 del 9 giugno 2015).
In altri termini più diminuisce la durata e più può diminuire l'assegno ma non potrebbe annullarsi.
Si applica l'art. 5 della legge 898/1970 sul divorzio il quale recita:
"... Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l'obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell'altro un assegno quando quest'ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non puo' procurarseli per ragioni oggettive."
Sulla base di questa norma e dell'indicato indirizzo, la Corte di Cassazione (sent. 2343 del 5 febbraio 2016) ha ritenuto che nel caso di un matrimonio durato solo quindici mesi spettasse lo stesso l'assegno di mantenimento divorzile. 
Personalmente aggiungo che si era arrivati alla separazione perchè la moglie aveva scoperto una relazione extraconiugale del marito, talmente forte che questi aveva avuto un figlio (dalla nuova compagna) appena nove mesi dopo la separazione.
Se le cose rimanessero così sarebbero però ingiuste in tanti casi (come un matrimonio durato un mese); del resto 15 mesi non sono nemmeno poco.
La Suprema Corte ha ritenuto (ordinanza 6164/2015 Cass. Civile) che non si possa avere l'assegno quando la durata sia stata talmente breve da non far nascere la  comunione materiale e spirituale tra i coniugi per la troppo breve durata del vincol. In questo caso la convivenza era durata dieci giorni.
Certamente non è possibile fare un semplice conto matematico ma bisognerà considerare diversi fattori tra cui la possibilità della formazione della famosa comunione materiale e spirituale.


venerdì 13 maggio 2016

Convivenza e legame imposto a chi non lo vuole. Mascalzonata della nuova legge.


La legge sulle convivenze ed unioni civili (onosessuali) è stata approvata.
Nulla da dire sullo schema generale della legge. Per molti aspetti era necessaria.
Le unioni tra persone dello stesso sesso sono state parificate sostanzialmente ai matrimoni. E' stata una scelta politica e qui non voglio fare politica. Quello che mi interessa è l'aspetto giuridico.
Quello che trovo una autentica boiata giuridica (fatta da ignoranti o persone in malafede) è un aspetto delle nuove norme sulle convivenze.
Mi riferisco allo stravolgimento del concetto di convivenza.
Il convivere invece di sposarsi, specialmente decenni fa, era una scelta di libertà, era il non accettare imposizioni nella propria vita privata.
Era pure  giusto che le convivenze fossero riconosciute. Bastava però che questo riconoscimento fosse subordinato alla volontà degli interessati e non imposto dalla legge!
Sarebbe bastato stabilire che i conviventi per avere diritto ad un certo trattamento giuridico avevano la necessità di fare una dichiarazione – entrambi – in Comune.
Questa cosa non è stata per niente inserita per cui tutta la normativa in pratica si applica per il semplice abitare insieme.
Basterà leggere gli articoli 36 e 37 della nuova legge, in riferimento all'art. 4 del DPR 223/1989. Sono chiari. Li riportiamo sotto.
E se un uomo e una donna vogliono vivere insieme ma non vogliono avere riconoscimenti o vincoli legali di sorta? Se non si sono sposati proprio per vivere così?
Ora non potranno più e saranno obbligati ad una serie di norme e vincoli giuridici!
Per evitare problemi legali possibili converrà che ognuno rimanga a vivere con la mamma...  
Oltretutto c'è una bella disparità di trattamento, certamente incostituzionale, tra una coppia di conviventi etero e conviventi appartenenti allo stesso sesso.
I primi sono obbligati a rientrare nello schema giuridico della convivenza. I secondi possono liberamente decidere se vivere senza vincoli o se far riconoscere la loro unione.
Altro grosso problema è rappresentato da delle coppie innamoratissime che però, magari per ragioni di lavoro, non possono vivere insieme. 
In questo caso non avranno alcun diritto a far riconoscere il loro rapporto affettivo.
Ma come cavolo si fa poi a provare il rapporto affettivo? Come si fa a distinguerlo da una profonda amicizia? Bisogna entrare nella camera da letto per vedere se c'è sesso? E se si tratta di semplice amicizia? E se si tratta di puro sesso unito al fatto di voler risparmiare un po' di spese?
Tutto questo provocherà la coartazione di tante volontà ed una serie di cause sull'esistenza o meno del “legame affettivo di coppia...” etc.
Questa normativa, a mio parere, è frutto della stessa mentalità moralistica da borghesuccio e chierichetto che prima ha bloccato per tanti decenni il riconoscimento di un qualsiasi diritto ai conviventi.
Invece di riconoscere il diritto alla convivenza si è imposta la convivenza come rapporto giuridico vincolante!
Per evitare tutto questo, per evitare di essere per forza incasellati in uno schema giuridico che non si vuole, bisognerà prendere delle contromisure legali. Il mio studio le sta preparando e può redigere atti di NOn convivenza
Le norme che ho citato sopra sulle caratteristiche della convivenza vincolante sono quelle che seguono. Gli artt. 36 e 37 sono quelli della nuova legge.
  1. Ai fini delle disposizioni di cui ai comma da 37 a 67 si intendono per: «conviventi di fatto» due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile.
    37. Ferma restando la sussistenza dei presupposti di cui al comma 36, per l’accertamento della stabile convivenza si fa riferimento alla dichiarazione anagrafica di cui all’articolo 4 e alla lettera b), comma 1, dell’articolo 13 del 7 regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223.
     
    Art. 4 DPR 30 maggio 1989, n. 223. 
    Famiglia anagrafica
    1. Agli effetti anagrafici per famiglia si intende un insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune.
    2. Una famiglia anagrafica può essere costituita da una sola persona.

Approvata la legge sulle coppie di fatto, unioni civili.

Dopo discussioni inutili durate tanti anni è stata approvata la legge Cirinnà sulle coppie di fatto - unioni civili.
La legge è stata approvata dalla Camera l'11 maggio 2016.
In queste pagina troverete notizie generali sulla legge Legge unioni civili o notizia agenzia Ansa. Più avanti, qui, troverete il testo.
Per un parere più approfondito bisognerà aspettare qualche giorno.
Notiamo intanto che ci sono disposizioni innovative, come la limitazione dell'assegno di mantenimento alla durata della convivenza che potrebbero essere utilizzate anche per la modifica delle disposizioni su separazione e divorzio.
Non vorremmo comunque che con l'ufficializzazione delle coppie di fatto, perdessero diritti faticosamente acquisiti  le coppie di fatto che non volessero registrarsi.
Una novità certamente innovativa e semplificatoria è che gli accordi, il contratto, sulle unioni civili possano essere fatti da un avvocato.
Può farle anche un notaio ma, come ho scritto altre volte, la preparazione professionale dell'avvocato è certamente ottima per prevedere quali potrebbero essere necessità effettive e possibili contenziosi futuri ed intervenire per prevenirli.

Questo è il testo della nuova legge (s.e.e.o.o.).
Art. 1. (Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze)
1. La presente legge istituisce l’unione civile tra persone dello stesso sesso quale specifica formazione sociale ai sensi degli articoli 2 e 3 della Costituzione e reca la disciplina delle convivenze di fatto.
2. Due persone maggiorenni dello stesso sesso costituiscono un’unione civile mediante dichiarazione di fronte all’ufficiale di stato civile ed alla presenza di due testimoni.
3. L’ufficiale di stato civile provvede alla registrazione degli atti di unione civile tra persone dello stesso sesso nell’archivio dello stato civile.
4. Sono cause impeditive per la costituzione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso: a) la sussistenza, per una delle parti, di un vincolo matrimoniale o di un’unione civile tra persone dello stesso sesso; b) l’interdizione di una delle parti per infermità di mente; se l’istanza d’interdizione è soltanto promossa, il pubblico ministero può chiedere che si sospenda la costituzione dell’unione civile; in tal caso il procedimento non può aver luogo finché la sentenza che ha pronunziato sull’istanza non sia passata in giudicato; c) la sussistenza tra le parti dei rapporti di cui all’articolo 87, primo comma, del codice civile; non possono altresì contrarre unione civile tra persone dello stesso sesso lo zio e il nipote e la zia e la nipote; si applicano le disposizioni di cui al medesimo articolo 87; d) la condanna definitiva di un contraente per omicidio consumato o tentato nei confronti di chi sia coniugato o unito civilmente con l’altra parte; se è stato disposto soltanto rinvio a giudizio ovvero sentenza di condanna di primo o secondo grado ovvero una misura cautelare, la costituzione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso è sospesa sino a quando non è pronunziata sentenza di proscioglimento.
5. La sussistenza di una delle cause impeditive di cui al comma 4 comporta la nullità dell’unione civile tra persone dello stesso sesso. All’unione civile tra persone dello stesso sesso si applicano gli articoli 65 e 68, nonché le disposizioni di cui agli articoli 119, 120, 123, 125, 126, 127, 128, 129 e 129-bis del codice civile;
6. L’unione civile costituita in violazione di una delle cause impeditive di cui al comma 4, ovvero in violazione dell’articolo 68 del codice civile, può essere impugnata da ciascuna delle parti dell’unione civile, dagli ascendenti prossimi, dal pubblico ministero e da tutti coloro che abbiano per impugnarla un interesse legittimo e attuale. L’unione civile costituita da una parte durante l’assenza dell’altra non può essere impugnata finché dura l’assenza.
7. L’unione civile può essere impugnata dalla parte il cui consenso è stato estorto con violenza o determinato da timore di eccezionale gravità determinato da cause esterne alla parte stessa. Può essere altresì impugnata dalla parte il cui consenso è stato dato per effetto di errore sull’identità della persona o di errore essenziale su qualità personali dell’altra parte. L’azione non può essere proposta se vi è stata coabitazione per un anno dopo che è cessata la violenza o le cause che hanno determinato il timore ovvero sia stato scoperto l’errore. L’errore sulle qualità personali è essenziale qualora, tenute presenti le condizioni dell’altra parte, si accerti che la stessa non avrebbe prestato il suo consenso se le avesse esattamente conosciute e purchè l’errore riguardi: a) l’esistenza di una malattia fisica o psichica, tale da impedire lo svolgimento della vita comune; b) le circostanze di cui all’articolo 122, comma terzo, numeri 2), 3) e 4), del codice civile.
8. La parte può in qualunque tempo impugnare il matrimonio o l’unione civile dell’altra parte. Se si oppone la nullità della prima unione civile, tale questione deve essere preventivamente giudicata.
9. L’unione civile tra persone dello stesso sesso è certificata dal relativo documento attestante la costituzione dell’unione, che deve contenere i dati anagrafici delle parti, l’indicazione del loro regime patrimoniale e della loro residenza, oltre ai dati anagrafici e la residenza dei testimoni.
10. Mediante dichiarazione all’ufficiale di stato civile le parti possono stabilire di assumere, per la durata dell’unione civile tra persone dello stesso sesso, un cognome comune scegliendolo tra i loro cognomi. La parte può anteporre o posporre al cognome comune il proprio cognome, se diverso, facendone dichiarazione all’ufficiale di stato civile.
11. Con la costituzione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso le parti acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri; dall’unione civile deriva l’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale e alla coabitazione. Entrambe le parti sono tenute, ciascuna in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale e casalingo, a contribuire ai bisogni comuni.
12. Le parti concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare e fissano la residenza comune; a ciascuna delle parti spetta il potere di attuare l’indirizzo concordato.
13. Il regime patrimoniale dell’unione civile tra persone dello stesso sesso, in mancanza di diversa convenzione patrimoniale, è costituito dalla comunione dei beni. In materia di forma, modifica, simulazione e capacità per la stipula delle convenzioni patrimoniali si applicano gli articoli 162, 163, 164 e 166 del codice civile. Le parti non possono derogare né ai diritti né ai doveri previsti dalla legge per effetto dell’unione civile. Si applicano le disposizioni di cui alle sezioni II, III, IV, V e VI del capo VI del titolo VI del libro primo del codice civile. 14. Quando la condotta della parte dell’unione civile è causa di grave pregiudizio all’integrità fisica o morale ovvero alla libertà dell’altra parte, il giudice, su istanza di parte, può adottare con decreto uno o più dei provvedimenti di cui all’articolo 342-ter del codice civile. 15. Nella scelta dell’amministratore di sostegno il giudice tutelare preferisce, ove possibile, la parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso. L’interdizione o l’inabilitazione possono essere promosse anche dalla parte dell’unione civile, la quale può presentare istanza di revoca quando ne cessa la causa.
16. La violenza è causa di annullamento del contratto anche quando il male minacciato riguarda la persona o i beni dell’altra parte dell’unione civile costituita dal contraente o da un discendente o ascendente di lui.
17. In caso di morte del prestatore di lavoro, le indennità indicate dagli articoli 2118 e 2120 del codice civile devono corrispondersi anche alla parte dell’unione civile.
18. La prescrizione rimane sospesa tra le parti dell’unione civile.
19. All’unione civile tra persone dello stesso sesso si applicano altresì le disposizioni di cui al titolo XIII del libro primo del codice civile, nonché gli articoli 116, primo comma, 146, 2647, 2653, primo comma n. 4) e 2659 del codice civile.
20. Al solo fine di assicurare l’effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dall’unione civile tra persone dello stesso sesso, le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole «coniuge», «coniugi» o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso. La disposizione di cui al periodo precedente non si applica alle norme del codice civile non richiamate espressamente nella presente legge, nonché alle disposizioni di cui alla legge 4 maggio 1983, n. 184. Resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti.
21. Alle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso si applicano le disposizioni previste dal capo III e dal capo X del titolo I, dal titolo II e dal capo II e dal capo V-bis del titolo IV del libro secondo del codice civile.
22. La morte o la dichiarazione di morte presunta di una delle parti dell’unione civile ne determina lo scioglimento.
23. L’unione civile si scioglie altresì nei casi previsti dall’articolo 3, n. 1) e n. 2) lettera a), c), d) ed e) della legge 10 dicembre 1970, n. 898.
24. L’unione civile si scioglie, inoltre, quando le parti hanno manifestato anche disgiuntamente la volontà di scioglimento dinanzi all’ufficiale dello stato civile. In tale caso la domanda di scioglimento dell’unione civile è proposta decorsi tre mesi dalla data di manifestazione di volontà di scioglimento dell’unione.
25. Si applicano, in quanto compatibili, gli articoli 4, 5, primo comma e dal quinto all’undicesimo comma, 8, 9, 9-bis, 10, 12-bis, 12-ter, 12-quater, 12-quinquies e 12-sexies, della legge 1 dicembre 1970, n. 898, nonchè le disposizioni di cui al Titolo II del libro quarto del codice di procedura civile ed agli articoli 6 e 12 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132, convertito, con modificazioni, dalla legge 10 novembre 2014, n. 162.
26. La sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso determina lo scioglimento dell’unione civile fra persone dello stesso sesso.
27. Alla rettificazione anagrafica di sesso, ove i coniugi abbiano manifestato la volontà di non sciogliere il matrimonio o di non cessarne gli effetti civili, consegue l’automatica instaurazione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso.
28. Fatte salve le disposizioni di cui alla presente legge, il Governo è delegato ad adottare, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi in materia di unione civile fra persone dello stesso sesso nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi: a) adeguamento alle previsioni della presente legge delle disposizioni dell’ordinamento dello stato civile in materia di iscrizioni, trascrizioni e annotazioni; b) modifica e riordino delle norme in materia di diritto internazionale privato, prevedendo l’applicazione della disciplina dell’unione civile tra persone dello stesso sesso regolata dalle leggi italiane alle coppie formate da persone dello stesso sesso che abbiano contratto all’estero matrimonio, unione civile o altro istituto analogo; c) modificazioni ed integrazioni normative per il necessario coordinamento con la presente legge delle disposizioni contenute nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti e nei decreti.
29. I decreti legislativi di cui al comma 28 sono adottati su proposta del Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro dell’interno, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali e il Ministro degli esteri.
30. Ciascuno schema di decreto legislativo di cui al comma 28, a seguito della deliberazione del Consiglio dei ministri, è trasmesso alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica perché su di esso siano espressi, entro sessanta giorni dalla trasmissione, i pareri delle Commissioni parlamentari competenti per materia. Decorso tale termine il decreto può essere comunque adottato, anche in mancanza dei pareri. Qualora il termine per l’espressione dei pareri parlamentari scada nei trenta giorni che precedono la scadenza del termine previsto dal comma 28, quest’ultimo termine è prorogato di tre mesi. Il Governo, qualora non intenda conformarsi ai pareri parlamentari, trasmette nuovamente i testi alle Camere con le sue osservazioni e con eventuali modificazioni, corredate dei necessari elementi integrativi di informazione e motivazione. I pareri definitivi delle Commissioni competenti per materia sono espressi entro il termine di dieci giorni dalla data della nuova trasmissione. Decorso tale termine, i decreti possono essere comunque adottati.
31. Entro due anni dalla data di entrata in vigore di ciascun decreto legislativo adottato ai sensi del comma 28, il Governo può adottare disposizioni integrative e correttive del decreto medesimo, nel rispetto dei princìpi e criteri direttivi di cui al citato comma 28, con la procedura prevista nei commi 29 e 30.
32. All’articolo 86 del codice civile, dopo le parole: “da un matrimonio” sono inserite le parole: “o da un’unione civile tra persone dello stesso sesso”.
33. All’articolo 124 del codice civile, dopo le parole: «impugnare il matrimonio» sono inserite le seguenti: "o l’unione civile tra persone dello stesso sesso”.
34. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’interno, da emanare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono stabilite le disposizioni transitorie necessarie per la tenuta dei registri nell’archivio dello stato civile nelle more dell’entrata in vigore dei decreti legislativi adottati ai sensi del comma 28, lettera a).
35. Le disposizioni di cui ai commi da 1 a 34 della presente legge acquistano efficacia a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge medesima.
36. Ai fini delle disposizioni di cui ai comma da 37 a 67 si intendono per: «conviventi di fatto» due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile.
37. Ferma restando la sussistenza dei presupposti di cui al comma 36, per l’accertamento della stabile convivenza si fa riferimento alla dichiarazione anagrafica di cui all’articolo 4 e alla lettera b), comma 1, dell’articolo 13 del 7 regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223.
38. I conviventi di fatto hanno gli stessi diritti spettanti al coniuge nei casi previsti dall’ordinamento penitenziario.
39. In caso di malattia o di ricovero, i conviventi di fatto hanno diritto reciproco di visita, di assistenza nonché di accesso alle informazioni personali, secondo le regole di organizzazione delle strutture ospedaliere o di assistenza pubbliche, private o convenzionate, previste per i coniugi e i familiari.
40. Ciascun convivente di fatto può designare l’altro quale suo rappresentante con poteri pieni o limitati: a) in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e di volere, per le decisioni in materia di salute; b) in caso di morte, per quanto riguarda la donazione di organi, le modalità di trattamento del corpo e le celebrazioni funerarie.
41. La designazione di cui al comma 40 è effettuata in forma scritta e autografa oppure, in caso di impossibilità di redigerla, alla presenza di un testimone.
42. Salvo quanto previsto dall’articolo 337-sexies del codice civile, in caso di morte del proprietario della casa di comune residenza il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i cinque anni. Ove nella stessa coabitino figli minori o figli disabili del convivente superstite, il medesimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni.
43. Il diritto di cui al comma 42 viene meno nel caso in cui il convivente superstite cessi di abitare stabilmente nella casa di comune residenza o in caso di matrimonio, di unione civile o di nuova convivenza di fatto.
44. Nei casi di morte del conduttore o di suo recesso dal contratto di locazione della casa di comune residenza, il convivente di fatto ha facoltà di succedergli nel contratto.
45. Nel caso in cui l’appartenenza ad un nucleo familiare costituisca titolo o causa di preferenza nelle graduatorie per l’assegnazione di alloggi di edilizia 8 popolare, di tale titolo o causa di preferenza possono godere, a parità di condizioni, i conviventi di fatto.
46. Nella sezione VI del capo VI del titolo VI del libro primo del codice civile, dopo l’articolo 230-bis è aggiunto il seguente: «Art. 230-ter. - (Diritti del convivente). — Al convivente di fatto che presti stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente spetta una partecipazione agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, commisurata al lavoro prestato. Il diritto di partecipazione non spetta qualora tra i conviventi esista un rapporto di società o di lavoro subordinato».
47. All’articolo 712, secondo comma, del codice di procedura civile, dopo le parole: «del coniuge» sono inserite le seguenti: «o del convivente di fatto».
48. Il convivente di fatto può essere nominato tutore, curatore o amministratore di sostegno, qualora l’altra parte sia dichiarata interdetta o inabilitata ai sensi delle norme vigenti ovvero ricorrano i presupposti di cui all’articolo 404 del codice civile.
49. In caso di decesso del convivente di fatto, derivante da fatto illecito di un terzo, nell’individuazione del danno risarcibile alla parte superstite si applicano i medesimi criteri individuati per il risarcimento del danno al coniuge superstite.
50. I conviventi di fatto possono disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune con la sottoscrizione di un contratto di convivenza.
51. Il contratto di cui al comma 50, le sue modifiche e la sua risoluzione, sono redatti in forma scritta, a pena di nullità, con atto pubblico o scrittura privata con sottoscrizione autenticata da un notaio o da un avvocato che ne attestano la conformità alle norme imperative e all’ordine pubblico.
52. Ai fini dell’opponibilità ai terzi, il professionista che ha ricevuto l’atto in forma pubblica o che ne ha autenticato la sottoscrizione ai sensi del comma 51 deve provvedere entro i successivi dieci giorni a trasmetterne copia al comune di residenza dei conviventi per l’iscrizione all’anagrafe ai sensi degli articoli 5 e 7 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223. 9
53. Il contratto di cui al comma 50 reca l’indicazione dell’indirizzo indicato da ciascuna parte al quale sono effettuate le comunicazioni inerenti al contratto medesimo. Il contratto può contenere: a) l’indicazione della residenza; b) le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, in relazione alle sostanze di ciascuno e alla capacità di lavoro professionale o casalingo; c) il regime patrimoniale della comunione dei beni, di cui alla sezione III del capo VI del titolo VI del libro primo del codice civile.
54. Il regime patrimoniale scelto nel contratto di convivenza può essere modificato in qualunque momento nel corso della convivenza con le modalità di cui al comma 51.
55. Il trattamento dei dati personali contenuti nelle certificazioni anagrafiche deve avvenire conformemente alla normativa prevista dal codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, garantendo il rispetto della dignità degli appartenenti al contratto di convivenza. I dati personali contenuti nelle certificazioni anagrafiche non possono costituire elemento di discriminazione a carico delle parti del contratto di convivenza.
56. Il contratto di convivenza non può essere sottoposto a termine o condizione. Nel caso in cui le parti inseriscano termini o condizioni, questi si hanno per non apposti.
57. Il contratto di convivenza è affetto da nullità insanabile che può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse se concluso: a) in presenza di un vincolo matrimoniale, di un’unione civile o di un altro contratto di convivenza; b) in violazione del comma 36; c) da persona minore di età; d) da persona interdetta giudizialmente; e) in caso di condanna per il delitto di cui all’articolo 88 del codice civile.
58. Gli effetti del contratto di convivenza restano sospesi in pendenza del procedimento di interdizione giudiziale o nel caso di rinvio a giudizio o di 10 misura cautelare disposti per il delitto di cui all’articolo 88 del codice civile, fino a quando non sia pronunciata sentenza di proscioglimento.
59. Il contratto di convivenza si risolve per: a) accordo delle parti; b) recesso unilaterale; c) matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra un convivente ed altra persona; d) morte di uno dei contraenti.
60. La risoluzione del contratto di convivenza per accordo delle parti o per recesso unilaterale deve essere redatta nelle forme di cui al comma 51. Qualora il contratto di convivenza preveda, a norma del comma 53, lettera c), il regime patrimoniale della comunione dei beni, la sua risoluzione determina lo scioglimento della comunione medesima e si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni di cui alla sezione III del capo VI del titolo VI del libro primo del codice civile. Resta in ogni caso ferma la competenza del notaio per gli atti di trasferimento di diritti reali immobiliari comunque discendenti dal contratto di convivenza.
61. Nel caso di recesso unilaterale da un contratto di convivenza il professionista che riceve o che autentica l’atto è tenuto, oltre che agli adempimenti di cui al comma 52, a notificarne copia all’altro contraente all’indirizzo risultante dal contratto. Nel caso in cui la casa familiare sia nella disponibilità esclusiva del recedente, la dichiarazione di recesso, a pena di nullità, deve contenere il termine, non inferiore a novanta giorni, concesso al convivente per lasciare l’abitazione.
62. Nel caso di cui alla lettera c) del comma 59, il contraente che ha contratto matrimonio o unione civile deve notificare all’altro contraente, nonché al professionista che ha ricevuto o autenticato il contratto di convivenza, l’estratto di matrimonio o di unione civile.
63. Nel caso di cui alla lettera d) del comma 59, il contraente superstite o gli eredi del contraente deceduto devono notificare al professionista che ha ricevuto o autenticato il contratto di convivenza l’estratto dell’atto di morte 11 affinché provveda ad annotare a margine del contratto di convivenza l’avvenuta risoluzione del contratto e a notificarlo all’anagrafe del comune di residenza.
64. Dopo l’articolo 30 della legge 31 maggio 1995, n. 218, è inserito il seguente: «Art. 30-bis. - (Contratti di convivenza). — 1. Ai contratti di convivenza si applica la legge nazionale comune dei contraenti. Ai contraenti di diversa cittadinanza si applica la legge del luogo in cui la convivenza è prevalentemente localizzata. 2. Sono fatte salve le norme nazionali, internazionali ed europee che regolano il caso di cittadinanza plurima».
65. In caso di cessazione della convivenza di fatto, il giudice stabilisce il diritto del convivente di ricevere dall’altro convivente e gli alimenti qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento. In tali casi, gli alimenti sono assegnati per un periodo proporzionale alla durata della convivenza e nella misura determinata ai sensi dell’articolo 438, secondo comma, del codice civile. Ai fini della determinazione dell’ordine degli obbligati ai sensi dell’articolo 433 del codice civile, l’obbligo alimentare del convivente di cui al presente comma è adempiuto con precedenza sui fratelli e sorelle.
66. Agli oneri derivanti dall’attuazione dei commi da 1 a 35 della presente legge, valutati complessivamente in 3,7 milioni di euro per l’anno 2016, in 6,7 milioni di euro per l’anno 2017, in 8 milioni di euro per l’anno 2018, in 9,8 milioni di euro per l’anno 2019, in 11,7 milioni di euro per l’anno 2020, in 13,7 milioni di euro per l’anno 2021, in 15,8 milioni di euro per l’anno 2022, in 17,9 milioni di euro per l’anno 2023, in 20,3 milioni di euro per l’anno 2024 e in 22,7 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2025, si provvede: a) quanto a 3,7 milioni di euro per l’anno 2016, a 1,3 milioni di euro per l’anno 2018, a 3,1 milioni di euro per l’anno 2019, a 5 milioni di euro per l’anno 2020, a 7 milioni di euro per l’anno 2021, a 9,1 milioni di euro per l’anno 2022, a 11,2 milioni di euro per l’anno 2023, a 13,6 milioni di euro per l’anno 2024 e a 16 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2025, mediante riduzione del Fondo per interventi strutturali di politica economica, di cui all’articolo 10, comma 5, del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 2004, n. 307; b) quanto a 6,7 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2017, mediante corrispondente riduzione delle proiezioni, per gli anni 2017 e 2018, dello 12 stanziamento del fondo speciale di parte corrente iscritto, ai fini del bilancio triennale 2016-2018, nell’ambito del programma «Fondi di riserva e speciali» della missione «Fondi da ripartire» dello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze per l’anno 2016, allo scopo parzialmente utilizzando l’accantonamento relativo al medesimo Ministero.
67. Ai sensi dell’articolo 17, comma 12, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, sulla base dei dati comunicati dall’INPS, provvede al monitoraggio degli oneri di natura previdenziale ed assistenziale di cui ai commi da 11 a 20 della presente legge e riferisce in merito al Ministro dell’economia e delle finanze. Nel caso si verifichino o siano in procinto di verificarsi scostamenti rispetto alle previsioni di cui al comma 66, il Ministro dell’economia e delle finanze, sentito il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, provvede, con proprio decreto, alla riduzione, nella misura necessaria alla copertura finanziaria del maggior onere risultante dall’attività di monitoraggio, delle dotazioni finanziarie di parte corrente aventi la natura di spese rimodulabili, ai sensi dell’articolo 21, comma 5, lettera b), della legge 31 dicembre 2009, n. 196, nell’ambito dello stato di previsione del Ministero del lavoro e delle politiche sociali.
68. Il Ministro dell’economia e delle finanze riferisce senza ritardo alle Camere con apposita relazione in merito alle cause degli scostamenti e all’adozione delle misure di cui al comma 67.
69. Il Ministro dell’economia e delle finanze è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.
Il mio studio si occupava già di accordi di convivenza prima della legge. Ora è tutto certamente ufficializzato. Per la redazione dello specifico contratto e la trascrizione all'anagrafe si può chiedere un appuntamento e si valuterà la situazione concreta. 

domenica 1 maggio 2016

Reato di violenza sessuale in caso di rifiuto implicito del rapporto.

Con il matrimonio si acquistano diritti e doveri reciproci.
Tra questi c'è indubbiamente esiste il diritto ad avere rapporti sessuali (post su obbligo rapporti). Questo però non significa che se il coniuge rifiuta lo si possa obbligare con la forza o le minacce.
E' infatti da escludere che sussista (come afferma la Cassazione) un diritto assoluto del coniuge al compimento di atti sessuali inteso come mero sfogo all'istinto sessuale contro la volontà del partner, tanto più se tali rapporti avvengano in un contesto di sopraffazioni, infedeltà e/o violenze che costituiscono l'opposto rispetto al sentimento di stima, affiatamento e reciproca solidarietà in cui il rapporto sessuale si pone come una delle tante manifestazioni”.
Quello che è interessante è che la Cassazione (sez. III penale, n. 39865 del 5 ottobre 2015) parla di rifiuto "implicito".
Il principio è perfettamente condivisibile in linea teorica.
Dal punto di vista pratico, quando si tratta di condannare o meno una persona per il reato di cui all'art. 609 bis c.p. già è difficile raggiungere una prova sufficiente sul rifiuto esplicito, figuriamoci per quello implicito.
E' anche vero che, rimanendo fermo ed indiscutibile il principio della Cassazione, starà al giudice di merito (Tribunale e Corte d'Appello) valutare caso per caso se questo rifiuto "implicito" ci sia.
Sarà rifiuto implicito il rimanere in silenzio o non abbracciare il marito pur facendosi abbracciare? Sarà rifiuto implicito il rimanere passive durante il rapporto? 
L'art. 609 bis recita:"Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.
Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali:
1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto;
2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.
Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi.
".

sabato 23 aprile 2016

Adeguamento ISTAT dell'assegno di mantenimento, marzo 2016.

L'ISTAT,  ha pubblicato gli indici per il mese di marzo 2016. Questo indice si applica per calcolare l'aumento dell'assegno nei casi in cui lo stesso decorra dal mese di marzo (la data dell'udienza presidenziale di separazione o quella indicata in sentenza, di separazione, divorzio o altro, per la decorrenza).

La variazione del mese di marzo 2016 rispetto a marzo 2015 è -  0,3 %.  Per l'assegno di mantenimento (a differenza che per le locazioni, la percentuale va calcolata per intero).

  Questo significa che se un assegno di mantenimento era a marzo 2015 di € 1.000, a dicembre 2016 diventa (€ 1000/100*99,7 (cioè 100-0,3)) € 997.


Per fare calcoli più veloci (anche per più anni precedenti) si può usare il foglio di calcolo in fondo a questa pagina. 





I dati sono comunque ricavabili (con qualche difficoltà) dal sito www.istat.it. Bisognerà cercare i dati dell'indice dei prezzi dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati.

Se nella separazione si cede la proprietà dell'immobile al coniuge si perdono i benefici prima casa?

In sede di separazione c'è un regime fiscale agevolato per la cessione di immobili tra coniugi. E' quindi abbastanza comune che si ceda la casa coniugale o la propria parte di essa.
Sono inoltre concesse particolari agevolazioni fiscali per chi acquisti una casa come "prima casa" cioè facendone la sua residenza abituale.
Tali benefici si perdono qualora l'immobile venga venduto o ceduto a titolo gratuito entro cinque anni dall'acquisto.
La Corte di Cassazione, sez. tributaria, sent. 16 marzo 2016, n. 5356, ha esaminato un caso del genere.
Tizio aveva comprato la casa coniugale ma, prima dei cinque anni si era separato. In corso di separazione aveva ceduto la propria quota alla moglie.
L'agenzia delle entrate aveva ritenuto che avesse perso i benefici fiscali e gli aveva chiesto il 30 % del valore dell'immobile, con gli accessori.
I giudici fiscali, Commissione Tributaria Provinciale e Regionale avevano dato ragione all'agenzia delle entrate.
La Cassazione ha ritenuto che la cessione in caso di separazione appartenga ad una specie diversa rispetto la cessione (a titolo oneroso o gratuito) che commina la decadenza del beneficio prima casa; in questo tipo di cessione ha visto infatti in primo luogo gli interessi della famiglia.
Ha quindi ritenuto che la cessione in sede di separazione e prima dei cinque anni, non faccia perdere i benefici prima casa
.

Adeguamento ISTAT dell'assegno di mantenimento, febbraio 2016

L'ISTAT,  ha pubblicato gli indici per il mese di febbraio 2016. Questo indice si applica per calcolare l'aumento dell'assegno nei casi in cui lo stesso decorra dal mese di febbraio (la data dell'udienza presidenziale di separazione o quella indicata in sentenza, di separazione, divorzio o altro, per la decorrenza).

La variazione del mese di febbraio 2016 rispetto a gennaio 2015 è -  0,2 %.  Per l'assegno di mantenimento (a differenza che per le locazioni, la percentuale va calcolata per intero).

Questo significa che se un assegno di mantenimento era a febbraio 2015 di € 1.000, a dicembre 2016 diventa (€ 1000/100*99,8 (cioè 100-0,2)) € 998.

Per fare calcoli più veloci (anche per più anni precedenti) si può usare il foglio di calcolo in fondo a questa pagina. 

I dati sono comunque ricavabili (con qualche difficoltà) dal sito www.istat.it. Bisognerà cercare i dati dell'indice dei prezzi dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati.

Adeguamentio Istat dell'assegno di mantenimento, gennaio 2016.

L'ISTAT,  ha pubblicato gli indici per il mese di gennaio 2016. Questo indice si applica per calcolare l'aumento dell'assegno nei casi in cui lo stesso decorra dal mese di gennaio (la data dell'udienza presidenziale di separazione o quella indicata in sentenza, di separazione, divorzio o altro, per la decorrenza).

La variazione del mese di gennaio 2016 rispetto a gennaio 2015 è +  0,3 %.  Per l'assegno di mantenimento (a differenza che per le locazioni, la percentuale va calcolata per intero).

Questo significa che se un assegno di mantenimento era a gennaio 2015 di € 1.000, a dicembre 2016 diventa (€ 1000/100*100,3 (cioè 100+0,3)) € 1.003.

Per fare calcoli più veloci (anche per più anni precedenti) si può usare il foglio di calcolo in fondo a questa pagina. 

I dati sono comunque ricavabili (con qualche difficoltà) dal sito www.istat.it. Bisognerà cercare i dati dell'indice dei prezzi dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati.



domenica 28 febbraio 2016

A chi vanno affidati cane e gatto in caso di separazione o fine della convivenza?

Cane, gatto ed altri animali domestici venivano considerati anni fa come oggetti con un valore economico.
Chi faceva del male ad un animale era punito non per il male in se' ma per la sofferenza che poteva dare alla sensibilità degli umani.
In caso di separazione cosa avviene?
E cosa avviene in caso di convivenza, della sua cessazione?
Nel 2004 è stato aggiunto al codice civile l'art. 455 ter che recita:
 "455-ter (Affido degli animali familiari in caso di separazione dei coniugi) recita: In caso di separazione dei coniugi, proprietari di un animale familiare, il Tribunale, in mancanza di un accordo tra le parti, a prescindere dal regime di separazione o di comunione dei beni e a quanto risultante dai documenti anagrafici dell'animale, sentiti i coniugi, i conviventi, la prole e, se del caso, esperti di comportamento animale, attribuisce l'affido esclusivo o condiviso dall'animale alla parte in grado di garantirne il maggior benessere. Il tribunale è competente a decidere in merito all'affido di cui al presente comma anche in caso di cessazione della convivenza more uxorio."
In sostanza il cane, il gatto o l'altro animale domestico, viene affidato ad uno dei coniugi o dei conviventi senza che abbia valore l'intestazione all'anagrafe canina (ad esempio) o il regime patrimoniale della famiglia.
Il giudice, per decidere, in caso di disaccordo tra le parti potrà sentire sia la prole, sia un esperto di comportamento animale.
La decisione dovrà essere presa con lo scopo di garantire il maggior benessere all'animale.
Dal fatto che il giudice possa chiedere alla "prole" sembrerebbe che i bambini possano decidere o perlomeno influenzare fortemente la decisione.
In realtà non è così perchè quello che conta è il benessere dell'animale.



domenica 21 febbraio 2016

Adeguamento ISTAT dell'assegno di mantenimento: novembre e dicembre 2015

L'ISTAT,  ha pubblicato gli indici per il mese di dicembre 2015. 

Questo dato serve per calcolare l'adeguamento dell'assegno di mantenimento con decorrenza dicembre (la data dell'udienza presidenziale di separazione o quella indicata in sentenza, di separazione, divorzio o altro, per la decorrenza). 

La variazione del mese di dicembre 2015 rispetto a dicembre 2014 è dello 0 %.  Per l'assegno di mantenimento (a differenza che per le locazioni, la percentuale va calcolata per intero).

Questo significa che se un assegno di mantenimento era a dicembre 2014 di € 1.000, a dicembre 2015 diventa (€ 1000/100*100 (cioè 100+0)) € 1.000.  Rimane quindi invariato.

Per fare calcoli più veloci (anche per più anni precedenti) si può usare il foglio di calcolo in fondo a questa pagina. 

I dati sono comunque ricavabili (con qualche difficoltà) dal sito www.istat.it. Bisognerà cercare i dati dell'indice dei prezzi dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati.

Per l'adeguamento del mese di novembre 2015 rispetto all'anno precedente il discorso è identico, sempre 0 %. I calcoli sono identici a quelli fatti sopra.

venerdì 12 febbraio 2016

Lei non vuole fare sesso con il marito. Lui può avere l'amante?

Ogni tanto la Cassazione dice cose giuste e i vari commentatori una serie di stupidaggini. :)
Più o meno la storia è questa.
Perchè è nato un figlio o chissà per quale motivo lei rifiuta di fare sesso con il marito. Ovviamente la cosa può essere anche al contrario.
A quel punto il marito (o la moglie) si fanno un amante. Il matrimonio salta.
Di chi è la colpa?
Normalmente si pensa sia di chi si è fatto l'amante. Non è così.
La Cassazione ha ripetuto più volte (sent. 19112 del 6.11.2012; ordinanza 2539 della VI sezione civile del 2014) che il non voler avere rapporti sessuali con il coniuge è una ingiuria grave ed una violazione dei doveri del matrimonio. 
C'è chi ha sostenuto che il sesso non è il dovere principale del matrimonio ma francamente - pur ritenedo che ce ne siano molti altri - ritengo che il matrimonio "nasca" sul sesso, sia una formalizzazione ufficiale, sociale dei rapporti sessuali ed affettivi. Si parla oggi di matrimoni gay ma di fatto anche nei matrimoni gay il sesso è il fattore scatenante.
Dal punto di vista pratico vediamo però cosa potrebbe accadere ...
Lui lascia la moglie perchè si è innamorato di un'altra. Afferma che ha cominciato ad avere l'amante perchè la moglie da anni non vuole avere rapporti sessuali.
Detta così la colpa - secondo l'orientamento indicato - è della moglie ma ... supponiamo di andare a vedere i motivi per cui la moglie non vuole fare sesso...
Può anche capitare che non lo voglia fare perchè il marito la picchia o rifiuta di partecipare alle spese della famiglia oppure non sta mai a casa e passa tutto il tempo con i genitori ...
In questi casi la situazione si ribalterebbe di nuovo ed il comportamento della moglie sarebbe del tutto giustificato.
E se lui o lei non possono avere rapporti sessuali per questioni mediche? La cosa è ancora più complicata. :)





19112 6.11.2012

martedì 9 febbraio 2016

La casalinga perde il diritto all'assegno di mantenimento?

Per conoscenza comune se ci si divorzia da una moglie casalinga, bisogna mantenerla.
In passato questo mantenimento è diventato in alcuni casi a vita, con tanto di matrimonio della ex moglie solo religioso per non perdere il diritto all'assegno.
Ovviamente scrivo "moglie" perchè è il caso più comune ma la legge non distingue tra uomo e donna.
In pratica bastava dimostrare che il marito lavorava e la moglie era priva di un reddito, essendo stata casalinga durante  il matrimonio ed essendo disoccupata.
La sentenza 11870 depositata il 9 giugno 2015 (Corte di Cassazione, sezione I civile) è nel solco di  un orientamento diverso.
Per i giudici della Suprema Corte perchè si abbia diritto all'assegno divorzile, non basta che il coniuge disoccupato non lavori. 
Perchè abbia diritto all'assegno occorre anche dimostrare che non può lavorare, per sue condizioni particolari o che comunque non riesce a trovarlo (avendolo cercato seriamente). Nella sentenza indicata la Cass. ha ritenuto che la donna avesse la capacità lavorativa (e su questo si è basata, come il Tribunale e la Corte d'Appello).
Premesso quindi che si ha diritto a mantenere lo stesso tenore di vita avuto durante il matrimonio, occorre dimostrare di non essere in grado di procurarselo autonomamente.
Nel caso esaminato dalla sentenza, l'ex moglie non aveva dimostrato di non poter lavorare e la Corte ha ritenuto che, in assenza di tale dimostrazione, non potesse chiedere nulla.
Per la Corte non basta valutare le relative possibilità economiche attuali ma anche quelle potenziali, quelle che ci si può procurare.
Si tratta poi in particolare di una donna giovane e ben in grado di trovarsi una occupazione.
Certamente come in tutte le questioni giurisprudenziali bisogna avere presente il quadro complessivo. Altrimenti sembrerebbe erroneamente che le ex mogli casalinghe hanno perso il diritto al mantenimento.
Occorre ad esempio che chi chiede l'assegno trovi un lavoro che gli permette lo stesso tenore di vita avuto durante il matrimonio. 
Non basta che la sig.ra Veronica Lario, moglie di Silvio Berlusconi, trovi lavoro come impiegata: in questo caso avrebbe sempre diritto all'assegno di mantenimento divorzile perchè il reddito sarebbe assolutamente al di sotto di quello necessario per avere lo stesso tenore di vita avuto nel matrimonio.


venerdì 5 febbraio 2016

Non conta l'occupazione di un immobile per l'assegno di mantenimento divorzile

Un marito deve pagare € 1.500 alla ex moglie come assegno di mantenimento divorzile.
La moglie abita in un immobile che ha occupato abusivamente ma che possiede tranquillamente.
Il marito ha quindi chiesto che l'assegno venga ridotto visto che la ex moglie non spendeva nulla per l'abitazione.
Personalmente ritengo che l'ex marito avesse ragione.
La Cassazione invece (sez. VI civile, ordinanza 223 dell'11 gennaio 2016, nella causa 22461/2014) è stata di parere diverso.
Ha infatti affermato che l'uso di un immobile occupato non poteva essere considerato perché era un uso precario e l'immobile avrebbe potuto essere ripreso dal proprietario.
La decisione per me è ingiusta per varie considerazioni.
La prima è che un reddito anche illegale è sempre un reddito. Se chi chiede un mantenimento ruba e guadagna € 10.000 al mese non è giusto e logico dire che può avere l'assegno da chi guadagna onestamente € 1.200 mensili, perché il reddito da furto è precario ...
Nel caso dell'immobile poi se il padrone volesse rientrare nel possesso dell'appartamento occupato abusivamente dovrebbe fare una bella causa e ... aspettare ... magari anni.
Sappiamo poi tutti che ci sono migliaia di immobili appartenenti alla pubblica amministrazione o a grandi società che nessuno sgombera...
Nel concludere direi che i giudici della Suprema Corte spesso non sembrano vivere nella povera Italia del 2016 ma sulla luna!

mercoledì 13 gennaio 2016

Si possono detrarre gli assegni familiari dall'assegno di mantenimento?

Il caso è questo: i coniugi si separano e viene stabilito un assegno di mantenimento a favore della moglie e del figlio.
Il marito versa una parte di questo assegno tutti i mesi. Nello stesso tempo chiede all'INPS che gli assegni familiari da lui percepiti vengano versati direttamente alla moglie e così avviene.
La moglie lo denuncia per il reato di cui all'art. 570 c.p.
Il tribunale lo condanna in primo grado e la Corte d'Appello lo assolve. La moglie -parte civile - ricorre in Cassazione. 
La Cassazione (sez. VI penale, sentenza del 15 settembre 2015, n. 44765, ved. testo della sentenza) ha assolto il marito.
La Suprema Corte ha seguito il ragionamento fatto dalla Corte d'Appello.
Nella separazione si era semplicemente stabilito un assegno, senza alcun riferimento agli assegni familiari.
Questi ultimi andavano quindi intesi come un qualcosa completamente al difuori degli accordi di separazione e di esclusiva pertinenza del marito. Quando quest'ultimo ha chiesto all'INPS di versarli alla moglie ha ceduto un "proprio" credito; in pratica è come - ad esempio - se avesse detto ad un suo inquilino di versare l'assegno alla moglie.
L'importo degli assegni familiari va quindi dedotto da quanto dovuto per l'assegno di mantenimento.
Va sottolineato che in questo caso, nulla era stato stabilito sugli assegni familiari. 
La soluzione sarebbe stata ben diversa se si fosse stabilito che il marito doveva versare una somma per l'assegno di mantenimento "oltre" gli assegni familiari. In questo caso sarebbe stata una cosa ben diversa.
Il concetto importante è che gli assegni familiari sono un beneficio a carattere assistenziale che è di stretta competenza di chi lo percepisce in virtù del suo rapporto di lavoro. Il percipiente lo prende come aiuto per le sue esigenze familiari, sia che sia separato o divorziato che no. Gli assegni familiari non spettano agli altri membri della famiglia.


assazione penale, sezione VI, sentenza 15.9.2015 n. 447565 - See more at: http://www.laprevidenza.it/notizie/cassazione-penale/legittimo-il-versamento-degli-assegni-familiari-al-genitore-affidatario-non-lavoratore-come-integrazione-dell-assegno-di-mantenimento-cassazione-penale-sezione-vi-sentenza-1592015-n-447565#sthash.WfY7xujb.dpuf
assazione penale, sezione VI, sentenza 15.9.2015 n. 447565 - See more at: http://www.laprevidenza.it/notizie/cassazione-penale/legittimo-il-versamento-degli-assegni-familiari-al-genitore-affidatario-non-lavoratore-come-integrazione-dell-assegno-di-mantenimento-cassazione-penale-sezione-vi-sentenza-1592015-n-447565#sthash.WfY7xujb.dpuf

Affido condiviso. Problemi per la permanenza paritaria dal padre e dalla madre

Abbiamo scritto altre volte del fatto che l'affidamento condiviso può essere anche un modo per evitare le problematiche dell'assegno di mantenimento. Se i minori vivono lo stesso tempo dal padre e dalla madre, si intende che entrambi provvedano a quanto occorre, generalmente senza fissazione di un assegno specifico.
Al di là della questione economica, la permanenza paritaria presso entrambi i genitori crea però spesso dei problemi ai minori.
Mi ricordo che io - personalmente e appena ce ne fu la possibilità - feci una separazione consensuale in cui si stabiliva che i ragazzi stessero con il padre e la madre (due medici) metà di ogni settimana, alternativamente.
Sembrava un'ottima soluzione ma dopo circa un anno i ragazzi si ribellarono per il troppo stress. 
Io assistevo la madre. Tornammo in tribunale (Roma) e la sentenza stabilì che i figli stessero con la madre, salva la facoltà del padre di vederli quando voleva.
Su questo solco ci sono state altre decisioni.
Recente è quella del Tribunale di Perugia (sez. I civile, ordinanza del 6/7/2015).
Qui non si trattava di matrimonio ma di una convivenza finita male.  I principi però sono gli stessi.
Il tribunale ha ritenuto  che il minore avesse una vita più problematica, dannosa per la sua serenità,  per il dover sempre stare a pensare a dove aveva messo (in quale casa)  i libri da portare  a scuola il giorno dopo, i capi d'abbigliamento e tante altre piccole cose.
Va sottolineato che nel caso in esame c'era anche un forte contenzioso anche per quella che viene definita eccessiva invadenza del padre e della sua famiglia.
Il tribunale ha anche ritenuto (e su questo non credo abbia molta ragione) che l'affidamento condiviso "paritario" incrementava le occasioni di lite tra i genitori; anche questo quindi era da evitare a tutela della serenità del minore.
Il bambino in questione aveva sei anni e quindi il giudice di Perugia ha ritenuto potesse comunque essere accudito meglio dalla madre. Per questo ha stabilito che vivesse prevalentemente presso la stessa.
Nel merito può essere tutto discutibile certamente ma quello che ci interessa qui è il principio. In altri casi - per le stesse motivazioni - si potrebbe stabilire una collocazione prevalente presso il padre.
A conferma di soluzioni del genere, la Cassazione ha stabilito che l'affidamento condiviso non vada inteso in modo rigido e che la collocazione prevalente presso uno dei genitori (padre o madre) non comprometta il principio della bigenitorialità  (Cassazione civile sentenza 1629 del 3 agosto 2015)


lunedì 16 novembre 2015

Adeguamento Istat per il mese di ottobre 2015. Assegno mantenimento invariato.

L'ISTAT,  ha pubblicato gli indici per il mese di ottobre 2015. 

Questo dato serve per calcolare l'adeguamento dell'assegno di mantenimento con decorrenza ottobre. 

La variazione del mese di ottobre 2015 rispetto a ottobre 2014 è dello 0 %. 

Questo significa che se un assegno di mantenimento era a ottobre 2014 di € 1.000, a ottobre 2015 diventa (€ 1000/100*100 (cioè 100-0)) € 1.000.  Rimane quindi invariato.

Per fare calcoli più veloci (anche per più anni precedenti) è comunque disponibile il foglio di calcolo in fondo a questa pagina. 

I dati sono comunque ricavabili (con qualche difficoltà) dal sito www.istat.it. Bisognerà cercare i dati dell'indice dei prezzi dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati

mercoledì 11 novembre 2015

Chi paga l'assegno di mantenimento non ha diritto di sapere come vengono spesi i soldi


Alle volte il diritto non è non sembra logico, specialmente se per diritto intendiamo le decisioni della Corte di Cassazione.
Il caso è semplice.
Tizio versa un assegno per il mantenimento dei figli minori.
Nonostante le numerose richieste la moglie non gli dice come spenda il denaro. La soluzione logica sembrerebbe quella che la moglie è obbligata a dimostrare come spende i soldi per i figli o che li spende per i figli e non magari per se stessa.
La Corte di Cassazione civile con la sentenza 12645 del 2015 (18.6.2015) ha deciso che non si abbia alcun diritto al rendiconto.
Questo perchè l'assegni di mantenimento è stabilito in modo forfettario, considerando i redditi dei due genitori.
Detta così non convince molto ed a mio parere esisterebbe la possibilità di far perdere l'assegno a chi lo usa in modo improprio ma di fatto la Cassazione ha questo orientamento.
Ovviamente la richiesta di rendiconto non dovrebbe diventare nella pratica un incubo, un fastidio dato al coniuge con cui vivono i figli; nello stesso tempo un minino di controllo sarebbe giusto che ci fosse.

mercoledì 4 novembre 2015

Adeguamento ISTAT di settembre 2015

L'ISTAT,  ha pubblicato gli indici per il mese di settembre 2015. 
La variazione del mese di settembre 2015 rispetto a settembre 2014 è di -0,1 %. 
Questo significa che se un assegno di mantenimento era a settembre 2014 di € 1.000, a settembre 2015 diventa (€ 1000/100*99,9(cioè 100-0,1)) € 999. 
In questo caso, quindi, l'assegno di mantenimento si riduce. In teoria quindi il costo della vita dovrebbe essere diminuito, in un anno, dello 0,1 %.
Per fare calcoli più veloci (anche per più anni precedenti) è comunque disponibile il foglio di calcolo in fondo a questa

pagina. 
I dati sono comunque ricavabili (con qualche difficoltà) dal sito www.istat.it. Bisognerà cercare i dati dell'indice dei prezzi dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati